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Gucci Dionysus, Demna riapre il mito senza cancellare Alessandro Michele

La Gucci Dionysus ha compiuto undici anni, ma Demna non le concede il trattamento reverenziale riservato ai pezzi intoccabili. La riprende, ne riduce il peso, allunga la catena, altera i contrasti metallici e distribuisce la celebre testa di tigre su borse più piccole e accessori. Un intervento misurato, quasi anomalo per un direttore creativo abituato a cambiare la temperatura culturale degli oggetti. Proprio per questo rilevante: anziché imporre una nuova It bag, Demna sceglie di verificare quanto futuro sia ancora contenuto in uno dei maggiori successi commerciali dell’era Alessandro Michele.

La Dionysus entra così in Generation Gucci, progetto che combina elementi provenienti da decenni differenti della Maison e li restituisce attraverso immagini fotografate dallo stesso Demna. L’archivio non viene organizzato cronologicamente: tailoring, sensualità anni Novanta, codici equestri, monogramma GG e borse nate sotto direzioni creative diverse convivono nello stesso guardaroba. Il risultato non appartiene interamente a Tom Ford, Frida Giannini o Michele. Appartiene a Gucci, almeno secondo la lettura del suo nuovo autore.

Il 2015, Alessandro Michele e la nascita di un bestseller

Alessandro Michele presentò la Dionysus nella collezione Gucci Autunno 2015, a pochi mesi dalla nomina a direttore creativo. La borsa condensava già il cambiamento che avrebbe investito la Maison: riferimenti storici, decorazione ostinata e un’idea di lusso più colta, eccentrica e personale. Non chiedeva di essere soltanto indossata, ma riconosciuta, fotografata e interpretata.

La struttura rettangolare, irrigidita e leggermente arcuata ai lati, era chiusa da una fibbia con due teste di tigre. Il riferimento conduceva a Dioniso, divinità greca dell’ebbrezza, del teatro e della trasformazione. Secondo il racconto ripreso dalla stessa Gucci, il dio attraversò il fiume Tigri sul dorso di una tigre inviata da Zeus. Michele trasformò quel passaggio mitologico in un elemento di metallo brunito, a metà tra gioiello, serratura e reperto archeologico.

Le prime versioni combinavano tela GG Supreme e patta interna in suede. Arrivarono rapidamente ricami floreali, applicazioni, api, serpenti e la stampa GG Blooms. Era il momento di massima espansione dello street style digitale: Instagram aveva circa 400 milioni di utenti attivi mensili nel settembre 2015, mentre influencer e fotografi trasformavano l’esterno delle sfilate in un secondo sistema distributivo dell’immagine. La Dionysus funzionava perfettamente in quel contesto. Profilo leggibile, monogramma visibile, fibbia immediatamente identificabile: possedeva tutti i requisiti dell’algoritmo prima che la moda iniziasse apertamente a progettare per l’algoritmo.

Perché Demna ha scelto proprio la Dionysus

Il ritorno non è una semplice concessione alla nostalgia per il Gucci di Michele. Demna eredita una Maison impegnata a recuperare slancio dopo una contrazione significativa: i ricavi Gucci sono passati da circa 10,5 miliardi di euro nel 2022 a 7,65 miliardi nel 2024. Riattivare una borsa già riconosciuta consente di lavorare su un capitale simbolico esistente, ma la scelta rivela anche una precisa posizione creativa. Demna non tratta le epoche precedenti come territori da cancellare per rendere visibile la propria autorità.

Generation Gucci mette in contatto decenni e autori, dal rigore sensuale degli anni Novanta all’eccesso collezionistico di Michele. Sul sito ufficiale, la Maison definisce il progetto come l’incontro tra riferimenti d’archivio e nuove proposte, riuniti in una serie di immagini scattate da Demna. La Dionysus è particolarmente adatta a questa grammatica perché era già, in origine, un oggetto costruito attraverso la collisione tra patrimonio e cultura contemporanea.

Più leggera, più lunga, meno vincolata al suo decennio

La nuova elaborazione conserva la silhouette strutturata e la chiusura con teste di tigre, ma interviene sull’esperienza d’uso. Il peso viene ridotto, la catena allungata e l’hardware proposto in contrasto con pelle e tela. Cambiamenti poco spettacolari in fotografia, decisivi una volta indossata: una tracolla più lunga permette un utilizzo crossbody meno rigido, mentre la costruzione alleggerita corregge uno dei limiti delle precedenti Dionysus, soprattutto nei formati medi riccamente decorati.

Demna separa inoltre la fibbia dal corpo storico della borsa, trasformandola in un codice autonomo. La testa di tigre compare su wallet on chain, portafogli e formati ridotti, fino a diventare un segno modulare. L’icona non coincide più con una sola silhouette: diventa una famiglia di prodotti riconoscibili attraverso un dettaglio. È una strategia commerciale precisa, simile a quella che ha reso il Double G della Marmont un sistema più ampio della borsa originaria.

I prezzi chiariscono l’estensione del progetto. Sul mercato statunitense la Dionysus parte da 640 dollari per il portafoglio piccolo e da 1.290 dollari per il wallet on chain. La small shoulder bag costa 1.950 dollari, mentre le versioni medie in pelle si collocano tra 3.350 e 3.650 dollari. Le interpretazioni più elaborate in cristalli o lucertola raggiungono 7.900 dollari. In Europa, la Dionysus media inserita nella collezione Generation Gucci è proposta a circa 2.700 euro sul sito della Maison.

Una borsa di Alessandro Michele nel guardaroba di Demna

La Dionysus porta ancora con sé l’impronta del direttore creativo che l’ha disegnata. Tentare di neutralizzarla avrebbe prodotto una versione impoverita; replicarla senza modifiche avrebbe ridotto Generation Gucci a un esercizio celebrativo. Demna sceglie una terza possibilità: mantiene il carattere dell’oggetto e ne corregge la distanza dal presente.

La testa di tigre continua a chiudere la borsa, ma ora custodisce una questione più ampia. In un settore abituato a far coincidere ogni nomina con una tabula rasa, Gucci prova a costruire continuità tra autori molto diversi. La Dionysus del 2026 non dimostra che il 2015 sia tornato. Dimostra piuttosto che un buon design può sopravvivere al ciclo che lo ha reso famoso, purché qualcuno sappia rimetterlo in tensione.

Daniele Conforti