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La Collezione Gucci Primavera 2026 di Demna è già qui

La prima Gucci Primavera 2026 firmata da Demna non è un debutto, è una presa di posizione. Presentata a Milano in anticipo rispetto alla Fashion Week, la collezione intitolata “Primavera” – omaggio letterale alla stagione e citazione implicita alla rinascita – costruisce un lessico che parte dagli archetipi della maison per scardinarli dall’interno. Non è un esercizio di stile, ma un’indagine sulla “Gucciness”: chi è oggi la donna Gucci, e chi l’uomo? E soprattutto, chi può permettersi di esserlo?

Demna, mente dietro il rebranding di Balenciaga e protagonista di una delle operazioni più radicali degli ultimi dieci anni, lavora qui per sottrazione. Linee aderenti, tagli netti, palette neutra dominata da bianco ottico, nero assoluto e lampi metallici. La silhouette è scolpita sul corpo: leggings fusi al pantalone, giacche integrate ai top in un unico pezzo ultra-slim, mini-dress seamless in tessuto da calzetteria che trasformano l’ordinario in manifesto.

Il risultato è sexy, freddo, lucido. Eppure inconfondibilmente Gucci.

Gucci Primavera e l’ossessione per la forma

Demna lo dice apertamente: “Nuove forme di abbigliamento sono da sempre una mia ossessione”. In passerella questa ossessione diventa struttura. Le tracksuit evolvono in trackdress, le scarpe ibridano pelle e sneaker con un’aerodinamicità quasi automobilistica, le proporzioni oscillano tra micro-top e tailoring oversize portato con leggings e tacchi affilati.

Il low-rise è ufficialmente tornato. Non come nostalgia Y2K, ma come gesto di rottura. Il riferimento agli anni Novanta– e a quell’attitude tomfordiana che rese Gucci un’icona di desiderio carnale – è evidente, ma mai didascalico. L’emblematico G-string creato da Tom Ford nel 1997 riemerge sulla passerella Autunno-Inverno 2026/27 come dichiarazione, fino a brillare in una versione in oro bianco e diamanti da dieci carati. Non è citazione, è riappropriazione.

La sfilata, allestita in uno scenario monumentale che richiama il Foro Italico e le statue marmoree, amplifica il senso di teatralità controllata. In prima fila, tra gli altri, Alessandro Michele e Donatella Versace, insieme a un parterre che mescola star hollywoodiane e icone pop contemporanee. Il messaggio è chiaro: Gucci non sceglie un pubblico, lo ingloba.

Dagli Uffizi alla passerella: la nascita della Gucciness

In una lettera pubblicata su Instagram alla vigilia dello show, Demna racconta l’epifania avuta davanti a La Nascita di Venere agli Gallerie degli Uffizi. Il Rinascimento italiano, scrive, ha plasmato la sua idea di proporzione e desiderio. Uscendo in Piazza della Signoria, lo sguardo su Palazzo Gucci gli chiarisce il ruolo culturale della maison.

Questa consapevolezza si traduce in una collezione che sembra un archivio compresso. La leggendaria Gucci Bamboo 1947 ritorna con proporzioni affusolate e un manico flessibile realizzato in segmenti di pelle assemblati, non più in bamboo tradizionale. Le minaudière d’archivio si allungano per accogliere smartphone e oggetti essenziali, mentre la nuova Horsebit shoulder bag – già disponibile – sintetizza heritage e pragmatismo commerciale.

Il see-now, buy-now non è un dettaglio: è strategia. Una capsule selezionata è acquistabile immediatamente, in un momento in cui Gucci deve recuperare terreno in un mercato del lusso che nel 2025 ha rallentato la crescita globale sotto il 5%. Demna risponde con un pragmatismo spietato: i vestiti possono dividere, ma gli accessori devono vendere.

Minimalismo, maranza e sentimento

In passerella sfilano tutte le tipologie umane possibili: dalla Sciura milanese al Party Boy con marsupio logato e jeans skinny, fino al “maranza” elevato a icona pop. Demna non giudica, osserva. Fotografa il presente e lo restituisce senza filtro, consapevole che oggi funziona ciò che polarizza.

La Gucci Primavera non cerca consenso unanime. Alterna drappeggi alla greca su t-shirt attorcigliate, pellicce a incorniciare colletti, mini-abiti in pizzo quasi trasparente e lurex con spacchi vertiginosi. È un equilibrio instabile tra trash consapevole e controllo estetico assoluto. I guanti in pelle nera, portati entrambi in una mano come oggetto performativo, diventano gesto, quasi arma scenica.

Demna lo sintetizza in una frase: “Gucci deve diventare un sentimento”. Non un intellettualismo, non un’operazione couture. Un’attitudine. Passare da un rave all’ufficio senza cambiare identità, mescolare minimalismo anni ’90 e irriverenza Duemila, abitare la contraddizione senza giustificarsi.

Daniele Conforti