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Celine è davvero il brand che tutti vogliono nel 2026?

Celine è tornata a essere una domanda, non solo un logo. Nell’ultima giornata della Paris Fashion Week, la collezione uomo Primavera 2027 ha messo in scena il tema “Tough & Tender” senza trasformarlo in slogan da cartella stampa: forza e fragilità non venivano dichiarate, ma cucite nelle proporzioni, nei tiraggi, nelle superfici. Sotto la direzione creativa di Michael Rider, la maison sembra aver trovato una voce che non ha bisogno di alzare il volume. Il punto non è più solo piacere a tutti, ma costruire un desiderio preciso, riconoscibile, quasi nervoso. Ed è qui che Celine diventa interessante: non nel consenso, ma nella capacità di imporre un tono.

Fondata nel 1945 da Céline Vipiana e dal marito Richard come atelier parigino di scarpe su misura per bambini, la maison ha attraversato più vite: la pelletteria, il prêt-à-porter dagli anni Sessanta, il logo ispirato alla catena dell’Arco di Trionfo, l’ingresso in LVMH negli anni Novanta, Michael Kors nel 1997, Phoebe Philo nel 2008, Hedi Slimane nel 2018. Ogni passaggio ha lasciato un segno netto. Philo ha fatto della sottrazione un codice quasi morale; Slimane ha tolto l’accento da Céline trasformandola ufficialmente in Celine, ha introdotto l’uomo e ha spinto il marchio verso un rock aristocratico. Rider, arrivato dopo una stagione di attesa febbrile, non cancella: sposta il baricentro.

“Tough & Tender”: il tailoring di Celine quando smette di stare fermo

La Primavera 2027 non lavora sulla stranezza del singolo capo, e proprio per questo colpisce. I blazer hanno spalle forti, le camicie sono classiche, i pantaloni sartoriali oscillano tra asciuttezza e ampiezza, i maglioni con scollo a V si allargano sul corpo, pelle e denim restano nel perimetro del guardaroba riconoscibile. Poi qualcosa si inceppa, volutamente. I twin set scivolano di traverso, i colletti affiorano senza disciplina, i pantaloni si serrano lungo la gamba o cadono gonfi con tagli quasi alla turca, le giacche si accorciano fino a diventare compatte, tese, impazienti. È una grammatica del disallineamento, ma non del caos.

 

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La palette tiene insieme nero lucido, bianco, camel terroso e un giallo burro chiarissimo, accesi da rossi vibranti e toni gioiello. I colori non decorano: destabilizzano. Il raso delle fasce da smoking inserisce strati inattesi, la seta viola trasforma un parka primaverile anni Ottanta in un quasi mantello, le texture ultra morbide urtano contro linee strutturate. La collezione procede per attrito: fluido e compatto, rigido e snodato, nervoso e tenero. È un’eleganza che non vuole sembrare educata a tutti i costi.

La nuova uniforme Celine: esile, giovane, leggermente insolente

Uno dei meriti più evidenti di Rider è aver evitato l’effetto déjà-vu che ha saturato molte passerelle recenti, spesso sospese tra citazioni d’archivio, styling derivativi e una nostalgia riciclata fino allo sfinimento. Il suo Celine non appare come una nota a piè di pagina di altri brand. Non rincorre la subcultura estinta, non riproduce l’ennesimo preppy corretto per Instagram, non cerca la provocazione facile dello sportswear urlato. Lavora invece su una giovinezza più sottile, quasi parigina nella sua sicurezza scomposta.

 

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Le grandi spalle vengono trattenute da piccoli accessori: cinture, tracolle, fili di perle, lacci ridotti a segni minimi ma decisivi. Una mini-stringa di pelle stringe un trench ai fianchi, facendolo rigonfiare e bloccando una pochette rettangolare sul davanti. Altrove, cinturine sottilissime sforzano top brillanti, perline micro e maxi si agganciano a colletti, fronti, cinture, fianchi. Il corpo non è semplicemente vestito: viene modulato, tirato, liberato, contratto. Le scarpe basse, scollate, quasi ballerine in pelle lucida, esasperano questa tensione con una fragilità ostinata.

Reebok, archivi anni Ottanta e desiderio contemporaneo

Gli accessori sono pochi, ma non timidi. La collaborazione con Reebok riporta in scena la Freestyle anni Ottanta, sneaker d’archivio qui consumata, graffiata, volutamente vissuta. Non è un’operazione nostalgia: è un modo per radicare l’intera collezione in una fisicità urbana, immediata, meno museale. Le calzature, dalle sneaker sportive alle ballerine sottili dall’allure slipper, definiscono una nonchalance che allunga il racconto “Tough & Tender” fino al passo, cioè al modo in cui questi abiti entrano davvero nello spazio.

Rider ha dichiarato di guardare ai giovani parigini incontrati per strada, e la frase conta perché in passerella quel realismo non resta aneddoto. Si sente in quella compagine di bohémiens intellettuali e scapestrati, adorabilmente pretenziosi, allergici al classico come posa ma non alla qualità del capo. Vogliono giacche fatte bene, colori più scattanti, linee più svelte, gioielli strani, proporzioni che non chiedono permesso. Celine oggi seduce perché non vende soltanto un’immagine di lusso: vende l’idea che il gusto possa tornare a essere personale.

Celine è il brand che tutti vogliono?

La risposta più onesta è: non tutti, ed è proprio questo il punto. Il Celine di Michael Rider non sembra progettato per l’unanimità, ma per generare appartenenza. È sofisticato senza diventare distante, giovane senza vestirsi da adolescente, commerciale senza dare l’impressione di essere stato deliberato in una riunione marketing. In una moda che spesso confonde riconoscibilità con ripetizione, Rider sta costruendo un codice fatto di layering, tensione, proporzione e carattere. Per ora, il desiderio c’è. Quello che resta da misurare, tra un paio di scarpe basse, una borsa compatta e un cappotto trattenuto da un filo, è se questo desiderio saprà diventare dominio.

Daniele Conforti