Image Alt
 • Trend e curiosità  • L’indimenticabile collezione di Louis Vuitton con Yayoi Kusama

L’indimenticabile collezione di Louis Vuitton con Yayoi Kusama

Una borsa Ellipse, il Monogram Louis Vuitton e una costellazione di punti dipinti a mano. Nel 2006, nello studio di Yayoi Kusama a Tokyo, Marc Jacobs si trovò davanti a un oggetto che conteneva già l’idea di una collaborazione destinata a cambiare la relazione tra moda, arte e retail. L’artista aveva preso uno dei simboli più riconoscibili della maison e lo aveva assorbito nel proprio vocabolario ossessivo. Non una decorazione applicata sulla superficie, ma l’incontro fra due sistemi visivi fondati sulla ripetizione: da una parte le iniziali LV e i fiori del Monogram, dall’altra i pois con cui Kusama cercava di annullare i confini tra corpo, oggetto e spazio.

Sei anni dopo, nel luglio 2012, quell’intuizione diventò una collezione. Il risultato non fu soltanto uno dei sodalizi più memorabili dell’era Marc Jacobs da Louis Vuitton, ma un’operazione capace di trasformare la boutique in installazione, la borsa in multiplo d’artista e il desiderio commerciale in esperienza immersiva.

Prima di Louis Vuitton, la moda come gesto radicale

Ridurre Yayoi Kusama alla “regina dei pois” significa addomesticare una ricerca nata da allucinazioni, traumi e una disciplina produttiva quasi feroce. Nata a Matsumoto nel 1929, l’artista iniziò a rappresentare punti, fiori e reticoli intorno ai dieci anni. Nel 1958 si trasferì a New York, dove entrò nel cuore dell’avanguardia e sviluppò gli Infinity Nets, le sculture falliche, le performance antimilitariste e, dal 1965, le celebri Infinity Mirror Rooms.

La moda comparve presto nel suo lavoro. Nel 1968 fondò una propria attività, ottenne uno spazio da Bloomingdale’s e produsse completi, abiti traforati e capi concepiti per essere indossati contemporaneamente da più persone. Il vestito non serviva a rivestire il corpo: lo esponeva, lo moltiplicava, lo rendeva politico. Quelle sperimentazioni precedettero di oltre un decennio certe lacerazioni rese poi celebri da Rei Kawakubo. Nel 2009 Kusama firmò persino una serie limitata di 3.000 telefoni e accessori per KDDI, confermando una naturale capacità di attraversare linguaggi, formati e mercato senza rendere meno riconoscibile il proprio segno.

Marc Jacobs e l’incontro del 2006

Quando incontrò Kusama, Marc Jacobs aveva già ridefinito il concetto di collaborazione nel lusso. Sotto la sua direzione, Louis Vuitton aveva lavorato con Stephen Sprouse, Takashi Murakami e Olafur Eliasson, sottraendo il Monogram alla sua intoccabilità e consegnandolo a interpretazioni contemporanee. Jacobs, collezionista e ammiratore dell’artista giapponese, spiegò che “il carattere ossessivo e l’innocenza” delle sue opere lo commuovevano.

L’incontro del 2006, documentato da Loïc Prigent in Marc Jacobs & Louis Vuitton, non generò immediatamente un prodotto. Il progetto maturò per sei anni, fino a trovare nel 2012 una congiuntura irripetibile: Kusama era al centro di importanti mostre al Centre Pompidou, alla Tate Modern e al Whitney Museum. Louis Vuitton non si limitò quindi a intercettare un nome culturalmente rilevante; partecipò alla definitiva consacrazione pop di un’artista allora ottantatreenne.

Pois, tentacoli e silhouette anni Sessanta

La prima parte della collezione arrivò nel luglio 2012, due giorni prima dell’apertura della retrospettiva newyorkese al Whitney. Abiti, borse, scarpe, accessori e foulard furono invasi da pois rossi, bianchi, gialli e neri, distribuiti con una regolarità solo apparente. Le silhouette guardavano agli anni Sessanta: abiti a trapezio, colletti arrotondati, gonne strutturate e décolleté affilate costruivano un guardaroba controllato, necessario per contenere l’espansione ottica dei motivi.

In ottobre seguì un secondo capitolo dedicato alla pelletteria Monogram, attraversata dai motivi tentacolari di Kusama. Le icone della maison non sparivano sotto l’intervento artistico: entravano in attrito con esso. Speedy, Neverfull e Lockit diventavano superfici mobili, oggetti familiari improvvisamente instabili, pensati in quantità limitate e dunque immediatamente proiettati nella categoria del collezionabile.

Quando la boutique diventò un’Infinity Room

La vera potenza del progetto superò i prodotti. Le vetrine anticiparono il lancio senza esporre merce, mentre pop-up e boutique furono convertiti in ambienti saturi di pois, specchi, forme organiche e installazioni luminose. A Londra, New York, Parigi e Tokyo, l’architettura commerciale assunse il ritmo straniante delle Infinity Rooms. Non si entrava semplicemente da Louis Vuitton: si entrava nel sistema percettivo di Kusama.

Un’app per iPhone permetteva inoltre di ricoprire le fotografie con i suoi pattern, estendendo la collaborazione allo spazio digitale in un momento in cui la moda non aveva ancora trasformato ogni lancio in contenuto interattivo. Yves Carcelle, allora presidente e amministratore delegato della maison, presentò l’operazione soprattutto come progetto culturale. Il precedente Murakami, però, aveva generato circa 350 milioni di dollari, quasi il 10% del fatturato annuale: Louis Vuitton conosceva perfettamente il valore economico di un’immagine artistica resa desiderabile su scala globale.

La collezione del 2012 resta indimenticabile proprio per questa ambiguità mai risolta. I pois di Yayoi Kusama parlavano di auto-annientamento e infinito; Louis Vuitton li trasformò in oggetti da possedere. Eppure il lusso non riuscì a neutralizzarli: furono loro, per una stagione, a inghiottire il Monogram.

Daniele Conforti