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Ci siamo dimenticati della Fendi Oyster Bag?

Una borsa in legno cucito su una base animalier: basterebbe questo dettaglio per riaprire il dossier Fendi Oyster Bag. Mentre la memoria collettiva continua a riservare alla Baguette il posto d’onore, l’Oyster custodisce una parentesi particolarmente audace della maison romana. Pelle lavorata, superfici metalliche, ricami, combinazioni che rendono persino insufficiente la parola “accessorio”. Riguardarla oggi significa ritrovare una libertà progettuale precisa: quella di trasformare radicalmente una borsa attraverso la materia, spingendo ogni versione verso un’identità propria. Il nome rimaneva; tutto il resto poteva essere rimesso in discussione.

Fendi Oyster Bag: il 2002 comincia prima del previsto

La cronologia merita attenzione. La Oyster è già citata nella recensione di Vogue della primavera-estate 2002, pubblicata il 1° ottobre 2001. In passerella, Karl Lagerfeld costruisce un guardaroba stratificato, nei colori del mattone, del malva e del marrone; le borse borchiate partecipano allo stesso immaginario ruvido e nomade. L’autunno successivo esaspera la ricerca sulle superfici. Sarah Mower apre la sua recensione con «Call it barbarian deluxe»: una formula riferita alla collezione che restituisce perfettamente il clima estetico in cui leggere queste creazioni. L’apparenza selvaggia poggia su lavorazioni sofisticate, studiate per dare movimento e leggerezza ai materiali.

Attribuire alla Oyster soltanto un generico carattere Y2K, quindi, appiattisce la questione. Qui interessa soprattutto il rapporto tra abbigliamento e oggetto: quanto può diventare elaborata una borsa mantenendo il gesto disinvolto del portarla a spalla? La risposta cambia da esemplare a esemplare. È proprio questa instabilità, oggi, a renderne stimolante la riscoperta.

Da Carlo Bugatti alle pagine di Vogue

Dietro il progetto di Silvia Venturini Fendi ci sono anche due console in rame battuto di Carlo Bugatti, presenti nella sua casa di Ponza. Un riferimento domestico e colto, lontano dalla semplice ricerca di una forma facilmente riconoscibile. PurseBlog ricostruisce inoltre un episodio raccontato da Cathy Horyn sul New York Times: durante la partecipazione di Prada in Fendi, la designer avrebbe tenuto nascosto il progetto a Patrizio Bertelli per timore che arrivasse alla casa concorrente. Il nascondiglio? Una scatola in bagno. Un dettaglio quasi comico, che misura però quanto quella proposta fosse considerata preziosa ancora prima della presentazione.

La visibilità editoriale arrivò rapidamente. Nella ricostruzione di Liana Satenstein per Neverworns, Vogue pubblicò quattro interpretazioni della Oyster nel solo 2002. A selezionarle era Michelle Kessler-Sanders, allora responsabile accessori della rivista. La sua osservazione, «Those guys had no off button at Fendi», racconta bene un lavoro creativo che sembrava procedere per accumulo di possibilità. Quattro apparizioni significavano quattro occasioni per presentare un carattere diverso, pur mantenendo lo stesso nome.

Fendi Oyster Bag, quando il materiale decide il carattere

I prezzi dell’epoca aiutano a capire l’ampiezza del progetto. Satenstein documenta una versione in pelle lavorata da 595 dollari, una in legno da 1.344 dollari e una scamosciata, ricamata e ornata di nappine, da 3.667 dollari. Sono cifre storiche, riferite alle proposte raccontate nel 2002. La distanza tra questi importi rende evidente quanto la Oyster potesse cambiare attraverso esecuzione e materiali. Nella campagna autunnale, Rie Rasmussen stringeva proprio l’interpretazione lignea: un accessorio capace di sostenere il confronto visivo con il resto dell’immagine.

Esiste anche una testimonianza museale. Il Metropolitan Museum of Art conserva una “Ostrik Bag” dell’autunno-inverno 2002–2003, donata da Fendi nel 2005, la cui scheda elenca pelliccia, pelle, materiale sintetico, seta e metallo. L’esemplare appartiene al Costume Institute e risulta attualmente non esposto. Quella distinta dei materiali restituisce la complessità dell’oggetto con maggiore precisione di molte definizioni di lusso: componenti differenti, riuniti nello spazio relativamente ridotto di una borsa.

L’Oyster di oggi ha un altro vocabolario

Nel catalogo Fendi attuale, il nome compare anche nella proposta uomo con la Oyster Large in Cuoio Romano nero, indicata a 2.800 euro. La descrizione ufficiale parla di una mezzaluna asimmetrica, chiusura a doppio cursore con tirazip extra lunghi e tracolla regolabile. Misura 41 centimetri in larghezza, 40 in altezza e 10 in profondità; il vitello dalla grana naturale è ottenuto mediante concia metal-free. Qui l’attenzione si concentra su volume, superficie e funzionalità. Accostarla alle versioni storiche permette di osservare due modi distinti di lavorare sullo stesso nome: l’esuberanza materica degli esemplari del 2002 e una costruzione contemporanea affidata alla presenza della pelle.

Daniele Conforti