Image Alt
 • Autenticità  • I giovani preferiscono davvero il lusso contraffatto?

I giovani preferiscono davvero il lusso contraffatto?

Una borsa può essere irraggiungibile in boutique e onnipresente sul telefono. Compare nei video delle creator, nei guardaroba delle celebrity, nelle campagne che interrompono lo scrolling. La si riconosce prima ancora di conoscerne il prezzo. È in questa familiarità senza accesso che il lusso contraffatto trova spazio: il desiderio viene alimentato ogni giorno, mentre la possibilità di soddisfarlo resta selettiva. Attribuire ai giovani una preferenza collettiva per i falsi, però, significa confondere disponibilità economica, tolleranza sociale e intenzioni d’acquisto. E soprattutto dare per risolta una questione che i numeri lasciano aperta.

Lusso contraffatto: cosa dicono davvero i numeri sui giovani

Nel sondaggio europeo sulla percezione della proprietà intellettuale pubblicato nel 2023, il 26% dei ragazzi tra 15 e 24 anni dichiarava di aver comprato consapevolmente un prodotto contraffatto nei dodici mesi precedenti. La media complessiva era del 13%; tra gli over 65 la quota scendeva sotto il 5%. Nella stessa rilevazione, metà dei più giovani considerava accettabile acquistare falsi quando il prezzo dell’originale risultava troppo elevato. Due indicatori distinti: uno registra un comportamento, l’altro un’apertura condizionata.

Il dettaglio decisivo è il perimetro: quelle percentuali riguardano prodotti contraffatti in generale, non esclusivamente borse, abbigliamento o accessori di lusso. E aver acquistato una copia non dimostra di preferirla all’originale. Può indicare una rinuncia al prezzo richiesto, una curiosità occasionale, una scelta circoscritta. Nemmeno il confronto anagrafico basta a descrivere una generazione: reddito, abitudini digitali e ambiente culturale possono incidere insieme all’età. Per stabilire se questa disposizione accompagnerà i ventenni anche da adulti servirebbe osservarli nel tempo.

Il prezzo dell’originale e il valore che gli viene riconosciuto

La ricercatrice Julia Pueschel, che studia il consumo del lusso e delle contraffazioni, individua una frattura tra l’esposizione precoce ai marchi e le risorse disponibili per acquistarli. Il punto diventa particolarmente interessante quando la capacità di spesa esiste: anche consumatori benestanti possono scegliere una replica. In questi casi il risparmio si intreccia al piacere dell’affare e alla convinzione che un determinato articolo non giustifichi il proprio cartellino.

Si può desiderare una borsa da conservare per dieci anni e, contemporaneamente, rifiutare di investire migliaia di euro nell’accessorio del momento. Il giudizio si sposta sul singolo prodotto: materiali, costruzione, riconoscibilità, durata prevista. Questa lettura aiuta a capire perché l’acquisto autentico e quello contraffatto possano convivere nello stesso guardaroba. La disponibilità a spendere rimane, ma viene negoziata oggetto per oggetto. Il prestigio della maison entra nella valutazione senza determinarla automaticamente.

Lusso contraffatto sui social: quando trovare la copia diventa una competenza

Nelle community dedicate alle repliche, l’acquisto può diventare un’attività pubblica: si confrontano finiture, si discutono proporzioni, si valutano fotografie e differenze rispetto all’originale. La copia dichiarata permette a chi la compra di presentarsi come una persona informata, capace di riconoscere l’estetica desiderabile e ottenerla spendendo meno. In questi ambienti, raccontare il risparmio può produrre approvazione quanto mostrare il prodotto.

È una trasformazione rilevante, ma circoscritta: la visibilità di una community non equivale al consenso di un’intera generazione. Lo stesso contenuto può suscitare entusiasmo, indifferenza o rifiuto. Resta però una tensione evidente: chi rivendica autonomia dalle maison continua spesso a cercarne forme, simboli e riconoscibilità. Il falso può contestare il prezzo del marchio e contemporaneamente confermarne il potere culturale. L’oggetto desiderato rimane quello che il brand è riuscito a rendere riconoscibile.

Dupe, replica e vintage: parole che cambiano la percezione

Nel linguaggio dei social, termini diversi finiscono spesso nello stesso contenitore. Dupe suggerisce un’alternativa conveniente; replica può evocare una riproduzione accurata; vintage identifica un oggetto di un’altra epoca. Queste definizioni non rendono equivalenti i prodotti. Un’alternativa estetica non è automaticamente un falso, mentre chiamare una contraffazione “dupe” può alleggerire la percezione dell’acquisto senza cambiarne la natura.

Il second hand introduce una possibilità ulteriore: accedere all’originale attraverso un prezzo, una stagione o una condizione differenti. Richiede però attenzione a provenienza, descrizione e autenticazione. Per chi attribuisce valore alla storia del design, un modello d’archivio può risultare più interessante dell’ultima uscita. Qui il rapporto con il lusso si costruisce attraverso la selezione: riconoscere una collezione, capire un materiale, accettare i segni d’uso. Competenze che la somiglianza fotografica, da sola, non sostituisce.

Cosa deve offrire il lusso per rendere desiderabile l’autenticità

La contraffazione ha una dimensione industriale: una stima pubblicata nel 2025 colloca il commercio internazionale di merci false nel 2021 a 467 miliardi di dollari. Il dato comprende numerose categorie merceologiche e non rappresenta il solo lusso; serve però a ricordare quanto il fenomeno superi il singolo acquisto raccontato online.

Sul piano del desiderio, la sfida delle maison riguarda ciò che accade dopo la prima impressione. Come invecchia la pelle, come funziona una chiusura dopo anni, quali riparazioni sono disponibili, quanto è accurata l’assistenza. Pueschel riassume il cambiamento osservando che «i consumatori decideranno sempre più da soli quando vale la pena pagare per un articolo autentico». Una cucitura impeccabile, un progetto riconoscibile e un servizio competente danno sostanza a quella decisione. Sono aspetti che richiedono tempo per essere verificati, mentre una copia può convincere già nella durata di un video.

Daniele Conforti