Martens x Margiela Artisanal: liturgia di un debutto visionario
La moda non è più un’abitudine, è una rottura. E Glenn Martens, alla guida creativa di Maison Margiela, non si è concesso neanche un respiro. Esordire con una collezione Artisanal, in piena Haute Couture Week parigina, nello stesso luogo, con lo stesso allestimento e la stessa tensione emotiva dell’ultimo show disegnato nel 2009 da Martin Margiela in persona: è un atto di estrema esposizione. Eppure Martens non ha tremato. Ha inciso. Ha orchestrato un corteo visivo da anatomopatologo della bellezza, un’autopsia barocca della moda contemporanea, tra pelle, carta, gioielli sfigurati e silhouettes che non sembrano appartenere a questo secolo.
Le Centquatre, ex obitorio parigino e oggi centro culturale, torna a essere mausoleo e fucina, cripta e passerella. Qui, diciassette anni dopo l’ultima apparizione “fantasma” del fondatore, è andato in scena uno dei debutti più pericolosi – e più riusciti – della stagione. Martens ha giocato con fuoco, macerie e fantasmi. Ma ne è uscito vittorioso, mettendo in scena una collezione couture da 47 look che non chiede di essere capita, ma sentita.
È il tipo di moda che non parla il linguaggio del trend, ma quello della materia. Non replica, evoca. Non si lascia categorizzare come “gotica”, “distopica” o “fiamminga”. È un’esperienza multisensoriale, stratificata, abrasiva, viscerale. E profondamente coerente.
Gotico digitale, pittura fiamminga, industrial chic: Margiela Artisanal 2025
Chi cerca una linearità in questa collezione non la troverà. E nemmeno deve. La sfilata di Glenn Martens per Maison Margiela Artisanal 2025 è costruita come un’orazione liturgica: si apre con rintocchi di campane, si frantuma in distorsioni elettriche, si conclude in un climax che è più vicino alla performance teatrale che alla consueta passerella. Ogni look è un atto. Ogni tessuto, una reliquia.
Le silhouette sono torri gotiche, svettanti, scolpite. Il corpo si dilata, diventa architettura. Il vinile, materiale d’archivio caro al fondatore, torna a sigillare drappeggi e volumi come se fossero fossili plastificati. La pelle prende le sembianze di rame ossidato. La carta stampata si fa tessuto e la couture assume la forma della rovina rinascimentale.
Visualizza questo post su Instagram
I riferimenti sono molti ma mai diretti. Sì, c’è Adriaen van Utrecht nelle piume accartocciate, Hans Memling nelle anatomie statuarie, Gustave Moreau nei drappeggi pittorici. Ma nessuno di questi è pedissequo. È l’insieme che crea il cortocircuito: un’opera d’arte cubista cucita addosso a corpi mascherati.
Il ritorno delle maschere, da sempre segno dell’anonimato programmatico di Margiela, è un segnale forte. Gioielli martellati, vetri fusi, cartapesta con affiches riciclate, organze esplose in vortici: ogni volto è cancellato, ogni identità è sublimata nel gesto dell’abito. Martens non vuole mostrare corpi, ma superfici emotive. Il soggetto sparisce, resta l’oggetto. Un oggetto che respira, stratifica, si disgrega.
Un arcipelago di materia: tra spazzatura e oro, la couture si fa democratica
La couture – la vera couture – è sempre stata esclusiva. Glenn Martens la restituisce al popolo, almeno nella sostanza. Perché in passerella non c’è solo seta e broccato: c’è pvc da ferramenta, c’è carta da fotocopie, ci sono scarti informatici da cui vengono estratti fili d’oro per tessuti architettonici. Le giacche da biker diventano patchwork tribali, le gonne sono costruite come murature. La materia viene elevata non perché nobile, ma perché sfregiata.
Martens riprende l’etica dadaista del fondatore: l’arte di ciò che non è arte, la bellezza dell’irrilevante. Anche la plastica, l’organza, i tessuti industriali diventano materia sacra, risemantizzata attraverso un lavoro artigianale che confonde l’haute couture con l’installazione museale. L’effetto è quello di una collisione: tra il culto e la discarica, tra il monastero e il magazzino. Il bello e il brutto si elidono a vicenda. E al centro resta la forma, reinventata.
Le maschere, come le pareti del set – un collage di interni palaziali in carta stampata – sono un archivio visivo del pensiero Margiela: l’anti-identità come principio fondante. L’abito come gesto, non come dichiarazione di possesso. L’apparizione come sparizione programmata.
E Martens non chiude la sfilata. Non si mostra. Come il suo predecessore, lascia che siano gli abiti a parlare. O meglio: a gridare.
Cultura visiva del Nord Europa, anatomie medievali e punk spirituale: il nuovo codice Margiela
Glenn Martens non è nuovo all’haute couture. Nel 2022, la collezione realizzata per Jean Paul Gaultier aveva già scosso gli algoritmi della moda. Ma con Margiela il patto è diverso: qui non basta stupire. Bisogna decostruire e ricostruire un’eredità sacra senza cadere nell’idolatria. E Martens lo fa da perfetto iconoclasta filologico.
Nel cuore di questa collezione ci sono le Fiandre, la verticalità gotica, la mistica del corpo come scultura. I volumi si fanno affilati come guglie, i corsetti diventano archi rampanti, il corpo è scolpito nella sua fragilità e nella sua resistenza. Il riferimento non è solo estetico, ma spirituale. C’è qualcosa di profondamente rituale in questa couture: una liturgia laica del tessuto, che riassorbe secoli di arte nordica, pittura fiamminga e architettura ecclesiastica.
Eppure non c’è nulla di storicista. I materiali sono contemporanei, a tratti brutali. La Santiago boot appare disossata, sospesa nel vuoto. Le nuove Tabi sembrano mutate geneticamente: artigli in pelle, zeppe in plastica traslucida, silhouette che sembrano post-organiche. La couture non veste, trasforma.
La scelta di Martens di insistere su materiali poveri, riciclati, rugginosi, è tutto fuorché estetica. È una dichiarazione politica. In un mondo che idolatra l’apparenza, lui rivela la struttura. Dove tutti gridano lusso, lui sussurra disfacimento.
La collezione Artisanal 2025 è questo: una resurrezione culturale, un patchwork temporale in cui il passato si reinventa con i frammenti del presente. Non un omaggio, ma un atto creativo autonomo. Margiela è morto. Viva Margiela.
Daniele Conforti
