Battuta all’asta la Birkin originale per 8 milioni di euro
La Birkin originale, la primissima creazione Hermès per Jane Birkin, è stata venduta all’asta per oltre 8 milioni di euro. Un’icona non solo della moda, ma del nostro tempo.
Sette milioni di euro più commissioni, per un totale di 8,6 milioni. È il prezzo pagato per una borsa consumata, vissuta, ammaccata, con il tagliaunghie di una donna ancora dentro. Non è solo moda, è pura antropologia visiva. È la Birkin originale, quella consegnata a Jane Birkin nel 1985, la numero uno, l’archetipo, l’oggetto primigenio attorno a cui si è coagulata una delle più longeve narrazioni del lusso moderno.
Parliamo di una borsa che non è più solo una it bag, ma un manufatto culturale. Sotheby’s l’ha definita “Fashion Icon”. Ma le categorie tradizionali non bastano più. La Birkin del 1985 è l’equivalente fashion della chitarra di Hendrix, della valigia di Warhol, della camicia di Kurt Cobain: un’estensione dell’identità di chi l’ha portata. E non c’è nulla di glamour nel modo in cui Jane Birkin trattava la sua borsa: la riempiva fino all’orlo, la lasciava aperta, ci appendeva bracciali e perline, ci infilava volantini politici.
Questa era la Birkin originale. E adesso è passata di mano.
Dal cielo al mito: come nasce la Birkin originale su un volo Parigi-Londra
Tutto inizia in aria, nel 1984. Jane Birkin, capelli scomposti e cesto di vimini al braccio, sale su un volo Air France con la figlia Charlotte. Viene invitata a passare in prima classe, dove siede accanto a Jean-Louis Dumas, presidente di Hermès. Non sa chi sia. Mentre si siede, la sua borsa si svuota: carte, riviste, fogli. Un disastro. Dumas osserva, lei si lamenta. “Hermès non fa borse con le tasche,” dice. Lui risponde: “Sono Hermès.”
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Nel tempo di un’ora e venti di volo, nasce il concept. Lei lo schizza su un sacchetto di carta per il mal d’aereo. Dumas prende appunti mentali. Vuole una borsa più grande della Kelly, più morbida, più aperta, più viva.
Nel 1985 riceve il primo esemplare. Una borsa che non assomiglia a nulla di ciò che Hermès ha prodotto prima. Fatta a mano, pensata per contenere, per viaggiare, per vivere. Questa è la Birkin originale.
La dissacrazione del lusso: perché una borsa rovinata vale otto milioni
Chi guarda oggi la Birkin originale potrebbe non capire. Non luccica. Non è in coccodrillo bianco. Non ha diamanti. Non è nemmeno intatta. La pelle è segnata, gli angoli usurati. Ha un tagliaunghie appeso all’interno. Una tracolla che non si può rimuovere. Le iniziali “J.B.” incise sotto la chiusura in ottone dorato – non oro, ottone. Le dimensioni non sono replicabili: un ibrido tra una taglia 35 e una 40. I piedini in metallo sono più piccoli rispetto a qualsiasi altra Birkin mai prodotta.
Nessuna di queste caratteristiche è stata ripetuta in un’altra borsa. Ecco perché questa è la sola e unica Birkin originale.
Jane Birkin l’ha portata ovunque. Nelle manifestazioni contro l’apartheid, nei mercati di Algeri, ai concerti, negli studi di Gainsbourg. Ci appendeva spille dell’Unicef, di Médecins du Monde. La lasciava aperta perché non aveva tempo di chiuderla. Era una borsa da battaglia. Ed è proprio questo a renderla inestimabile.
Oggi, nel 2025, è diventata la borsa più costosa mai venduta all’asta, superando di oltre 16 volte il precedente record. Ma il suo valore non è in quello che è: è in quello che rappresenta. L’unicità irripetibile della prima volta.
Chi compra la storia: Maezawa, il miliardario che colleziona significati
Ad aggiudicarsela, un nome già noto per imprese al limite dell’umano: Yusaku Maezawa, imprenditore giapponese, collezionista seriale di arte contemporanea e ricercatore di icone. È lui l’uomo dietro l’acquisto del Basquiat da 110 milioni di dollari, lui il passeggero che volerà attorno alla Luna con SpaceX nel progetto #DearMoon. Maezawa ha comprato la Birkin originale non per metterla in una teca ma per assorbirne l’aura, come un curatore posseduto da un’ossessione quasi zen per l’autenticità.
Non è il primo a intuire che gli oggetti veri, quelli carichi di vissuto, valgono più dell’oro. Ma è il primo a dichiararlo con tale spudorata lucidità. L’ha voluta in dieci minuti, battendo nove rivali con rilanci chirurgici. Il mondo della moda, del collezionismo e del feticismo culturale si è fermato.
Perché quella borsa, l’unica vera Birkin originale, non è più solo un oggetto di moda. È un’icona transgenerazionale, un pezzo di memoria collettiva.
La Birkin originale: il punto zero dell’ossessione fashion
Oggi, entrare in una boutique Hermès e chiedere una Birkin è un atto quasi ridicolo. Ti osservano. Ti pesano. Devi aver “dimostrato fedeltà”, come se si trattasse di un culto. La waiting list non è pubblica, le quantità non sono note. Chi ne possiede una ha prima investito in foulard, profumi, scarpe, magari in un paio di guanti. E non è detto che ci riesca.
Ma nessuna di queste è la Birkin originale. Nessuna sarà mai quella disegnata su un sacchetto per il vomito. Nessuna è stata portata da Jane Birkin durante un concerto o appoggiata sul pavimento di un taxi sgangherato. Nessuna ha un tagliaunghie.
Nel luglio 2015, la stessa Birkin chiese che il suo nome fosse rimosso dalle versioni in coccodrillo, per protesta contro i metodi di macellazione degli animali. Ancora una volta, la moda veniva messa in discussione da chi l’aveva involontariamente ispirata. Non esistono molte icone che osano rinnegare il loro mito. Jane Birkin sì.
Ed è questo, forse, il cuore di tutta la faccenda: la Birkin originale è l’unica borsa che non ha mai voluto essere un’icona. È stata trascinata lì, suo malgrado, da una vita spesa a non conformarsi. E per questo oggi vale quanto un Picasso.
Daniele Conforti
