Valentino Haute Couture – che tanto Valentino non è
La moda resta moda, certo. Ma è il modo in cui viene mostrata a determinarne la filosofia, il peso culturale, la direzione simbolica. La sfilata Valentino Haute Couture primavera estate 2026, andata in scena a Parigi, è stata prima di tutto un dispositivo di visione. Un esperimento concettuale più che un semplice défilé, una dichiarazione teorica che ha scelto di interrogare lo sguardo prima ancora dell’abito. Alessandro Michele, alla sua seconda couture per la Maison, ha costruito un’esperienza che si muove deliberatamente contro la fruizione rapida, contro l’overdose di immagini, contro l’idea stessa di simultaneità.
Non è un caso che le show notes si aprissero con una citazione di Walter Benjamin, né che il cuore dell’allestimento fosse il Kaiserpanorama: un artificio ottico ottocentesco, antesignano del cinema, che educava lo sguardo imponendo lentezza, concentrazione, isolamento. Una macchina che separava l’immagine dal flusso della realtà per renderla degna di contemplazione. Ed è proprio questa parola – contemplazione – a dominare l’intero progetto Valentino Haute Couture SS26.
Il Kaiserpanorama come manifesto estetico
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Nel Kaiserpanorama non esiste narrazione, non c’è progressione, non c’è climax. Esiste l’immagine singola, frontale, assoluta. Michele ha traslato questo principio nello spazio della sfilata: le modelle, isolate in cabine circolari, apparivano e scomparivano ruotando su se stesse, offrendo a ogni spettatore una visione unica, irripetibile, personale. Nessuna panoramica totale, nessuna visione d’insieme fino al finale. Un atto quasi radicale, soprattutto in un’epoca in cui le collezioni vengono consumate in tre secondi su uno schermo.
L’operazione è raffinata, colta, persino necessaria. E funziona. Funziona perché restituisce sacralità all’atto di guardare, perché costringe a scegliere, a soffermarsi, a rinunciare alla bulimia visiva. In questo senso, Valentino Haute Couture si posiziona come un oggetto culturale prima ancora che commerciale. Un altare contemporaneo, come suggeriscono le stesse note della Maison, dove l’abito viene sottratto all’uso comune e innalzato a icona.
Tra dive hollywoodiane e sacerdotesse laiche
Il legame con il fondatore è dichiarato, esplicito, quasi rituale. La voce di Valentino Garavani, estratta dal documentario Valentino: L’Ultimo Imperatore, ha aperto lo show come un’epigrafe sonora. Garavani parlava del sogno, della moda come destino. Michele risponde costruendo una mitologia visiva che affonda le radici nel glamour delle dive hollywoodiane degli anni Quaranta e Cinquanta, lo stesso immaginario che aveva acceso l’immaginazione del giovane Valentino.
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Ma qui il cinema si contamina con il sacro. Le figure che attraversano la passerella non sono semplicemente attrici o star: sono sacerdotesse, sirene, eroine ieratiche. L’abito smette di essere ornamento e diventa sublimazione. I riferimenti si moltiplicano: da Salomè a Salambò, dalla Norma di Vincenzo Bellini alla Maria di Metropolis di Fritz Lang. Tutte figure femminili sospese tra potere simbolico e isolamento sacrale, dove il vestito è linguaggio assoluto.
Alessandro Michele e l’archivio come ossessione
Ed è qui che emerge il nodo critico. Perché se è vero che questa è, senza dubbio, la migliore collezione couture firmata da Alessandro Michele per Valentino, è altrettanto vero che la sua forza risiede quasi interamente nella sua visione personale. Michele lavora sull’archivio come un archeologo barocco, estraendo frammenti, riplasmandoli, piegandoli a una grammatica che gli appartiene totalmente. Il risultato è magnifico, stratificato, colto. Ma è Valentino?
Il romanticismo storico della Maison viene filtrato attraverso un’estetica che guarda più al teatro che alla couture, più al simbolo che alla linea. Le silhouettes si fanno opulente, spesso eccessive, cariche di velluti, piume, maxi fiocchi, colletti monumentali. Le aureole dentellate trasformano le modelle in icone sacre, mentre i richiami letterari – come l’Orlando di Virginia Woolf – ribadiscono un approccio profondamente intellettuale, quasi museale.
Bellissimo, sì. Ma non necessariamente Valentino.
Il paradosso del lusso contemporaneo
C’è un dettaglio che non passa inosservato nel sistema moda: mentre Valentino esplora una couture sempre più concettuale e autorale, molti clienti storici guardano altrove. Non a caso, una parte consistente di quell’élite estetica si sta rifugiando da Balenciaga, oggi guidata da Pierpaolo Piccioli, ex direttore creativo di Valentino e custode di una visione più emotiva, più immediata, più fedelmente legata all’idea di bellezza come esperienza condivisa.
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È un paradosso affascinante. Da un lato, Valentino Haute Couture come esercizio altissimo di stile e pensiero. Dall’altro, la domanda – silenziosa ma persistente – su cosa significhi oggi essere Valentino. Perché la couture, per quanto sacra, resta anche un gesto di relazione. E quando l’interpretazione diventa troppo personale, il rischio è che il brand si trasformi in una piattaforma autoriale più che in una Maison con una continuità identitaria.
Opulenza, culto e distanza
Daniele Conforti
