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Cosa c’è da aspettarsi da Il Diavolo Veste Prada parte 2

Il trailer de Il Diavolo Veste Prada parte 2 è bastato per scatenare una reazione sproporzionata. Non entusiasmo, non nostalgia, ma confusione. Miranda Priestly che guarda Andrea Sachs come se fosse una perfetta sconosciuta, Emily che non viene riconosciuta, l’abitudine – già nota nel primo film – di chiamare tutte le assistenti “Emily” che sembra improvvisamente evaporata. Da qui, il salto logico più affrettato possibile: per una parte consistente del pubblico online, soprattutto su X, Miranda soffrirebbe di demenza o Alzheimer.

Un’interpretazione letterale, piatta, priva di qualsiasi profondità narrativa, che dice molto meno del film e molto di più del modo in cui oggi vengono letti i contenuti culturali. Perché il problema non è il trailer. Il problema è la perdita quasi totale di dimestichezza con il sottotesto.

Miranda Priestly non dimentica: sceglie di non ricordare

 

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Chiunque abbia davvero guardato il primo Il Diavolo Veste Prada ricorda perfettamente la scena finale. Andy saluta Miranda dall’altro lato della strada, con un gesto spontaneo, quasi affettuoso. Miranda sembra ignorarla, sale in auto, resta impassibile. Poi, una volta sola, si toglie gli occhiali da sole e sorride. Aveva visto tutto. Aveva riconosciuto Andy. Aveva semplicemente deciso di non concederle nulla.

Quel sorriso è la chiave del personaggio. Miranda Priestly non è una donna che dimentica, è una donna che controlla. Controlla le emozioni, le relazioni, le gerarchie. Fingere di non conoscere Andrea ed Emily, vent’anni dopo, è una prosecuzione coerente di quella psicologia. Non una patologia, ma una strategia.

Nel sequel, Miranda si trova ad affrontare la crisi strutturale del sistema editoriale cartaceo. Runway non è più intoccabile. E per salvarla, dovrà tornare a usare proprio quelle figure che aveva trattato come intercambiabili. Il rifiuto del riconoscimento diventa così un atto di potere, non un vuoto di memoria.

Il ritorno di Runway e la moda come linguaggio di potere

Nel 2006, Runway era una caricatura appena velata delle grandi redazioni fashion degli anni Novanta. Un mondo feroce, verticale, dominato da direttori onnipotenti e assistenti sacrificabili. Oggi, quello stesso mondo è cambiato radicalmente. I conglomerati del lusso hanno sostituito le singole Maison, il potere editoriale si è spostato verso la pubblicità, i budget e le piattaforme digitali.

 

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Nel trailer di Il Diavolo Veste Prada parte 2, Emily non è più una first assistant sull’orlo dello svenimento, ma una dirigente di peso all’interno di un gruppo del lusso. Andy non è più l’infiltrata che disprezza la moda, ma una Features Editor di Runway. La moda non è più un accidente narrativo: è diventata il vero terreno di scontro.

E questo si riflette nei look. Se nel primo film l’estetica era accumulativa, quasi urlata, oggi tutto si gioca sul controllo. Andy indossa Acne Studios, Khaite, Altuzarra, Rabanne. Miranda entra in scena con un abito rosso scarlatto firmato Balenciaga by Pierpaolo Piccioli, evocando un Met Gala che è ormai più potente di qualsiasi sfilata. È una moda in levare, che non ha più bisogno di dimostrare nulla.

Media literacy: il vero tema nascosto del film

Il dibattito attorno al trailer ha messo in luce un problema ben più ampio: la crisi della media literacy. La capacità non solo di accedere a un contenuto, ma di interpretarlo, contestualizzarlo, valutarlo. Molti spettatori hanno visto il trailer, ma non lo hanno letto. Non ne hanno colto il tono ironico, la continuità psicologica dei personaggi, la costruzione narrativa.

È lo stesso meccanismo che porta una parte del pubblico a credere che American Psycho sia un’ode al successo o che Sinners parli di vampiri e basta. La narrazione contemporanea viene sempre più appiattita su ciò che è esplicito, mentre tutto ciò che richiede attenzione viene scambiato per errore di scrittura.

Non è un caso che cinema e serie TV abbiano iniziato a inserire recap, spiegazioni ridondanti, dialoghi che dicono esattamente ciò che l’immagine mostra già. Il pubblico guarda distratto, spesso con il telefono in mano, e pretende che tutto venga esplicitato. Il sottotesto diventa un lusso.

Perché Il Diavolo Veste Prada funziona ancora

Eppure, proprio qui sta la forza del franchise. Il Diavolo Veste Prada non ha mai parlato solo di moda. Ha parlato di lavoro, ambizione, compromesso, identità. La moda era il mezzo, non il fine. Nel sequel, questo aspetto sembra ancora più evidente. I personaggi non stanno inseguendo tendenze, ma negoziando il proprio potere in un sistema che è cambiato più velocemente di loro.

Miranda resta al centro non perché sia immutabile, ma perché è l’unica che ha sempre capito le regole del gioco. Andy ed Emily, finalmente, giocano alla pari. E la moda diventa il linguaggio silenzioso con cui questo equilibrio viene raccontato.

Chi si aspetta un’operazione nostalgia resterà deluso. Chi cerca una riflessione sul presente, invece, troverà in Il Diavolo Veste Prada parte 2 un oggetto molto più affilato di quanto il trailer, letto superficialmente, lasci intendere. Per capirlo, però, serve una cosa sempre più rara: guardare davvero.

Daniele Conforti