Cos’ha da dirci “Il diavolo veste Prada 2” sulla moda?
Il diavolo veste Prada 2 non poteva limitarsi a riaprire le porte di Runway. Doveva dimostrare che quelle porte avevano ancora senso, vent’anni dopo il primo film, in un cinema ormai addestrato a resuscitare marchi narrativi, personaggi amati, battute-culto e guardaroba da screenshot. Il rischio era enorme: trasformare Miranda Priestly in una reliquia di se stessa, Andy Sachs in una citazione ambulante, Emily Charlton in un meme allungato a due ore. Invece il sequel, uscito nelle sale italiane il 29 aprile 2026, sceglie una strada più intelligente: non finge che il tempo non sia passato, lo usa come materia drammatica.
Il ritorno di David Frankel alla regia, di Aline Brosh McKenna alla scrittura e del quartetto Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci crea una continuità riconoscibile senza scivolare nel museo delle cere. La nostalgia c’è, inevitabile, ma non diventa arredamento emotivo. È piuttosto una superficie sotto cui si muove una domanda più scomoda: cosa resta della moda quando il suo racconto viene misurato in engagement, crisi editoriali, licenziamenti via chat e contenuti nati per evaporare?
Il diavolo veste Prada 2 racconta una moda meno invincibile
Nel 2006 Runway era una cattedrale. Nel 2026 è ancora bellissima, ma ha le pareti più sottili. Gli uffici restano desiderabili, i cappotti sono impeccabili, le scrivanie sembrano ancora pensate per persone che non appoggiano mai nulla a caso. Eppure il film lascia filtrare una crepa precisa: la moda non è più l’impero compatto che vendeva sogni dall’alto di una scrivania in vetro. È un sistema che deve negoziare con sponsor, scandali, piattaforme, algoritmi, filantropi distratti e imprenditori tech convinti che l’intelligenza artificiale possa sostituire persino il corpo delle modelle.
La crisi dell’editoria diventa il vero motore narrativo. Non una parentesi per addetti ai lavori, ma il terreno su cui si misurano i personaggi. Andy non è più la ragazza che porta caffè e cappotti: è una giornalista con esperienza, ambizione e una fiducia professionale ormai ammaccata. Miranda non è più soltanto la direttrice invulnerabile: resta dominante, ma il suo potere viene attaccato proprio nel punto in cui un tempo sembrava inattaccabile, cioè la capacità di decidere cosa conta.
Qui il film ha il suo gesto più contemporaneo. La moda non viene più mostrata soltanto come desiderio, ma come infrastruttura economica. L’abito non basta: servono budget, inserzionisti, reputazione, metriche, sostenibilità dichiarata e coerenza dimostrabile. Il glamour sopravvive, ma non copre più tutto.
Costumi, brand e potere: il guardaroba come campo di battaglia
Se il primo film aveva insegnato al grande pubblico che un maglioncino ceruleo non nasce mai davvero dal nulla, Il diavolo veste Prada 2 porta quel discorso su scala industriale. Il guardaroba non è più solo trasformazione personale: è diplomazia tra maison, cinema e mercato. La costumista Molly Rogers, che raccoglie un’eredità pesantissima dopo Patricia Field, ha raccontato che il reparto costumi è stato sommerso da capi e accessori inviati spontaneamente dai brand, al punto da avere il problema opposto rispetto alla norma: troppa scelta, troppe borse, troppi oggetti desiderabili da selezionare.
È un dettaglio decisivo. Vent’anni fa tutti avrebbero ucciso per lavorare da Miranda; oggi, a quanto pare, le maison ucciderebbero per entrare nell’inquadratura giusta. Il film diventa così una vetrina globale, ma anche una radiografia del rapporto tra moda e cinema: non product placement nel senso più pigro, ma posizionamento culturale. Esserci significa diventare parte di una mitologia pop già pronta per TikTok, Instagram, red carpet, articoli, shopping edit e archivi vintage.
Il diavolo veste Prada 2 e il nuovo corporate dressing
Cosa dice davvero Il diavolo veste Prada 2 alla moda
Daniele Conforti
