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Demna lascia Balenciaga: il canto del cigno alla Couture 2025

Ci sono designer che disegnano abiti. E poi c’è Demna, che disegna il nostro tempo. Alla sua ultima collezione Haute Couture per Balenciaga, presentata al Salon di Avenue George V in uno scenario ovattato e quasi liturgico, l’ex enfant terrible della moda ha detto addio senza proclami, senza interviste e senza nemmeno un inchino finale. Ha scelto il sussurro al boato. L’eco, non l’annuncio.

In un tempo dominato dall’hype e dai titoli a effetto, Demna Gvasalia ha costruito la sua uscita con eleganza chirurgica. Le porte specchiate si sono aperte lentamente su un primo look silenzioso: un completo bianco, netto, pieno. Un gesto di pulizia, forse anche di purificazione. Da lì in poi, una sequenza di silhouette che sembravano citazioni dirette agli archivi di Cristóbal Balenciaga, ma riscritte con quella grammatica post-sovietica, couture e caustica che è ormai il suo marchio di fabbrica.

Nero, bianco, rosso, qualche tono pastello tra Cenerentola e limone acidulo, e una palette che più che colori racconta intenzioni teatrali. Sì, perché ogni passo in passerella è stato parte di un rituale coreografato: si sentivano le voci degli stessi modelli, i loro nomi pronunciati ad alta voce, come in un riconoscimento collettivo. Fino alla chiusura: “No Ordinary Love” di Sade, un congedo sussurrato più che suonato.

Eppure in questa malinconia non c’è autocommiserazione. C’è metodo. C’è costruzione. C’è l’ultima lezione di uno stilista che ha riscritto il significato di lusso, portandolo dagli hotel a cinque stelle fino alla metropolitana, dalla borsa blu di Ikea alle fiamme virtuali di Fortnite.

Couture e cinismo, glamour e trauma: la tensione perfetta che definisce una decade

La couture di Demna è sempre stata più psicanalisi che parata. Il corpo non viene mai celebrato per quello che è, ma per ciò che nasconde. Le silhouette sovradimensionate non sono vezzo, ma protezione. I trench si irrigidiscono in architetture da villain, i bomber si gonfiano fino a diventare armature urbane. La pelle si fa guanto, costrittiva come un abbraccio forzato. L’over è una presa di posizione.

Questa sfilata finale non è un revival ma un riassunto narrativo: c’è la couture da diva hollywoodiana (con Kim Kardashian fasciata da pellicce da Golden Age), c’è la tradizione sartoriale più classica (citata attraverso i cappotti pied-de-poule o gli abiti a pois), c’è il desiderio di affondare nella memoria storica della maison per poi svuotarla e ricomporla con lo sguardo feroce del presente.

 

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Una visione incarnata anche dal parterre. Nicole Kidman, di bianco vestita, più spettro che star, accanto ad Anna Wintour. Poi Isabelle Huppert, che ha sfilato come se fosse la versione couture di sé stessa. Attorno, tutti gli attori del decennio appena chiuso: Pierpaolo Piccioli, pronto a ereditare il trono. François-Henri Pinault, patron di Kering, e le nuove leve del management del gruppo. Tutti lì, non per assistere a un addio, ma a una trasformazione.

Demna, fedele alla sua estetica cinica e teatrale, non ha dato spazio alla nostalgia. Ma ha compiuto un’operazione filologica: portare la couture lì dove l’aveva lasciata Cristóbal, aggiornando però ogni riferimento con un’ironia crudele, un’urgenza contemporanea e un’ossessione per la realtà che ha reso ogni suo gesto rilevante.

Dalla sartoria napoletana alla silhouette post-moderna: un dialogo transnazionale

Nel momento dell’addio, Demna guarda a Napoli. E reinventa il taglio sartoriale con occhio scientifico. Dopo aver visto un documentario sulla sartoria partenopea, ha deciso di includere nella collezione una reinterpretazione couture della giacca napoletana, il simbolo massimo di una mascolinità elegante e disinvolta, senza costrizioni, priva di armature.

Ma non è un tributo letterale. È una citazione esasperata. Le maniche a mappina vengono dilatate, i rever deformati, i tagli destrutturati fino al parossismo. La giacca, nella lettura di Demna, non è più giacca ma scultura fluttuante, quasi un camice da laboratorio sartoriale. Ed è significativo che questo elemento arrivi proprio nella sua ultima collezione: come a dire che la vera modernità si trova solo dove c’è tradizione da sovvertire.

E non è l’unico caso. La mostra allestita a 40 Rue de Sèvres, sede parigina di Kering, è una dichiarazione d’intenti: Demna non si cancella. Si archivia. Si studia. Tra le teche in vetro, inviti alle sfilate diventati oggetti concettuali – dallo scontrino alla chiave d’albergo, dall’iPhone rotto alla banconota americana –, ma anche pezzi celebri del suo guardaroba iconico. Cappotti jacquard, borse ridicole e geniali, felpe da rave, scarpe mastodontiche. Una retorica del grottesco che ha cambiato il modo in cui percepiamo il prêt-à-porter e il suo rapporto con l’haute couture.

Lui stesso, con un voiceover continuo, racconta il perché di alcune scelte. La Towel Skirt? Un asciugamano. La shopper da supermarket? Una provocazione. Il cappellino “Political Campaign”? Una riflessione sull’America post-Bernie Sanders. Ogni oggetto, anche il più futile, è pensato. Ogni farsa ha un intento preciso. In questo, Demna è più vicino a Duchamp che a Yves Saint Laurent.

Dieci anni come un colpo di tosse: Balenciaga by Demna è stato tutto tranne che decorativo

Quando Demna Gvasalia è arrivato a Balenciaga nel 2015, la moda viveva un momento quasi elettrico. Era l’epoca in cui Alessandro Michele ridefiniva Gucci, Virgil Abloh sdoganava lo streetwear da Louis Vuitton, e Anthony Vaccarello si apprestava a prendere le redini di Saint Laurent. La parola “luxury” iniziava a tremare sotto il peso delle nuove estetiche.

Demna ha fatto molto di più: ha sventrato il concetto stesso di lusso. Lo ha preso a pugni con borse-pattumiera, ha sfilato sotto la neve o in passerelle inondate d’acqua, ha mandato modelli a camminare tra i server di una simulazione digitale. Ha vestito Kim Kardashian con uno scotch e ha ridato senso alla parola “irritante”. Ma sempre con un’intelligenza progettuale inarrivabile.

Perché Demna non ha mai voluto solo stupire. Ha voluto disturbare. La sua estetica è una forma di disobbedienza. E in un’industria spesso terrorizzata dal disordine, ha portato l’ossessione per il caos come stile. Un caos calcolato, strutturato, lucidissimo.

A novembre 2022, nel pieno della polemica per alcune campagne controverse, ha risposto con una sfilata funerea. Niente musica. Nessuna ironia. Solo lutto. Poi è tornato. Più forte. Più dritto. Perché il suo vero potere è sempre stato quello di andare oltre l’incidente e continuare a dire qualcosa che nessun altro osava articolare.

Cosa sa fare bene Demna?

Me lo sono chiesto molte volte. La prima risposta è ovvia: sa fare vestiti. Non abiti da appendere, ma strutture da abitare, corazze da indossare quando ti senti fuori posto. In dieci anni, ha riempito il mio armadio di hoodie gigantesche, cargo impossibili, scarpe che sembrano prototipi ingegneristici, cappotti oversize che fanno sembrare ogni gesto importante. Mi ha insegnato che la moda può essere inconveniente, irritante, radicale.

La seconda risposta è più sottile: Demna sa usare la moda per raccontare la verità. Anche quando è scomoda. Anche quando fa ridere. Anche quando fa male. Ha vestito le nostre nevrosi, i nostri social, il nostro desiderio di essere visti e insieme cancellati. Lo ha fatto con cinismo, certo. Ma anche con una cura chirurgica. Una precisione che non cerca mai l’approvazione, solo l’aderenza alla realtà.

Quando è stato annunciato il suo arrivo da Gucci, ho ricevuto decine di messaggi. «Sei triste?» mi chiedevano. In realtà no. Perché questa non è una fine. È un passaggio di stato. La moda oggi ha bisogno di voci che sappiano raccontare il presente senza paura. E Demna, più di chiunque altro, ha dimostrato di saperlo fare.

Oggi finisce qualcosa, è vero. Finisce Balenciaga by Demna. Ma non finisce Demna. E per quanto possiamo essere nostalgici, la sua estetica è già dentro quello che sarà.
Perché, come ha scritto lui stesso:

La moda vive sul confine del domani. E ciò che disegniamo oggi, è ciò che indosseremo domani.

Daniele Conforti