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Karl Lagerfeld ha veramente inventato i Labubu?

La domanda è provocatoria ma legittima: Karl Lagerfeld ha davvero inventato i Labubu? Se la cronologia dei fatti risponde no — i Labubu nascono nel 2015 per mano dell’illustratore Kasing Lung — la logica culturale grida un sonoro sì. Perché prima che i social media fossero infestati da queste creature furbette, dentate, pelose e in formato collezionabile, qualcuno aveva già capito che la tenerezza può essere arma strategica di branding, soprattutto nel mondo della moda deluxe. E quel qualcuno portava guanti in pelle anche in agosto.

Bisogna tornare a Parigi, 2014. Fendi, all’epoca sotto la direzione creativa di Karl Lagerfeld, lancia Karlito, un accessorio diventato subito culto. Più che un portachiavi, un feticcio postmoderno: miniatura grottesca del kaiser, con occhiali neri, camicia rigida, colletto alto e una folta coda di volpe — lussuosa, ironica, innegabilmente kitsch. Il prezzo? Più di 1.000 euro. La domanda? Immediatamente fuori scala. Lo compravano tutti: Kendall Jenner, Rita Ora, Chiara Ferragni, ogni starlet, ogni fashion insider. Karlito non era un oggetto: era un’idea incarnata.

E proprio lì, dieci anni fa, Lagerfeld piantava i semi di quella che oggi è la Labubu mania.

La genealogia peluche del desiderio: da Karlito ai Labubu

Sarebbe banale (e falso) dire che i Labubu siano una copia diretta di Karlito. Ma lo è altrettanto pensare che nascano nel vuoto. Ogni icona culturale è una mutazione genetica, un’evoluzione. Karlito, infatti, non fu un esperimento isolato. Fendi cavalcò l’onda con i Bag Bugs — piccoli charms in pelliccia colorata, con occhi spiritati e espressioni sarcastiche — oggetti inutili ma adorabili, proprio come i Labubu.

Cosa cambia nel 2024? Due cose, fondamentali. La democratizzazione del feticcio e la viralizzazione algoritmica. Mentre Karlito parlava a una cerchia ristretta di ultra-luxury consumer, Labubu parla (urlando) a una community globale di collezionisti digitali, adolescenti nostalgici e adulti con sindrome da kawaii cronica. Il prezzo? Minimo: tra i 15 e i 20 euro, se sei fortunato. Se no, sul mercato secondario può superare i 300.

La struttura narrativa però è la stessa. C’è una storia, un’identità, un’aura. Karlito era un autoritratto dandy-trash. Labubu è una creatura malinconica, con denti da roditore e un’espressione che alterna sfrontatezza e tenerezza, sempre disegnata con quella precisione che conosce solo chi maneggia il trauma infantile come forma d’arte.

Il desiderio come codice: cosa spinge le masse a collezionare Labubu

Non basta parlare di moda. Serve capire i meccanismi affettivi. Karlito funzionava perché, in piena era di Instagram, rappresentava l’identificativo visivo di un’appartenenza. Non serviva dire “ho comprato Fendi”. Bastava mostrarlo.

Labubu oggi rappresenta qualcosa di diverso ma parallelo: la ricerca di identità attraverso l’accumulo affettivo. Collezionarli è come scrivere una biografia sentimentale in 10 cm di vinile: ognuno ha il suo preferito, ognuno lo mostra come un amuleto urbano. E in questa giungla di miniature colorate, il consumatore costruisce il proprio lessico emozionale.

Karl Lagerfeld aveva già capito questo concetto. In un’intervista del 2015 dichiarava: “La moda è un linguaggio. Non parlo solo con vestiti, ma anche con dettagli. A volte, con un mostro in miniatura.” Nessuno lo ha preso abbastanza sul serio. Ma oggi, che la moda è esplosa in mille rivoli di microtrend e feticismi da algoritmo, quelle parole sembrano profetiche.

Pop Mart, la fabbrica delle emozioni incapsulate

Per capire davvero i Labubu bisogna guardare chi li produce: POP MART, colosso cinese dell’entertainment visuale, oggi quotato in Borsa e presente con oltre 500 negozi in 30 Paesi. La loro strategia? Semplice quanto geniale: blind box + cultura del design + limited edition.

L’esperienza di acquisto è fondamentale: si compra “a scatola chiusa”, senza sapere quale versione del pupazzo si riceverà. Il meccanismo è quello dell’azzardo soft, della slot machine emotiva. E se sei fortunato trovi la versione “secret”, tiratura limitata, che ti trasforma istantaneamente in micro-celebrity tra i fan del brand. Un fenomeno che Karlito aveva sfiorato, ma che POP MART ha portato all’estremo.

E il paradosso? In un mondo sempre più digitale, le persone fanno la fila per ore fuori dai negozi fisici (come quello aperto in Corso Buenos Aires a Milano) per un oggetto che potrebbe valere 15 euro… oppure 800.

Labubu, Karlito e l’erotica dell’infanzia

Perché ci piacciono così tanto? Cos’è che rende irresistibili questi pupazzi brutti, buffi, spudoratamente infantili?

La risposta è brutale: sono l’unico lusso ancora innocente. In un mondo che ha reso tutto performativo — il corpo, l’identità, persino la fragilità — un Labubu non pretende nulla. Non dimagrisce, non invecchia, non si confronta. Sta lì. È carino, ma anche inquietante. È tenero, ma con un ghigno. È l’estetica della dissonanza che ci seduce. E Lagerfeld, a modo suo, l’aveva anticipata: Karlito non era affettuoso, era iconico. Un peluche arrogante. Un autoritratto senza cuore. Ma è proprio lì che la moda — quella vera — trova il suo spazio: nella zona grigia tra affetto e provocazione.

Labubu non è tenero “per piacere”. È un’arma passiva-aggressiva. Un oggetto che, mentre ti guarda con occhioni umidi, ti sussurra che la realtà non è mai del tutto rassicurante.

La moda ha sempre avuto bisogno di mascotte. Ma oggi la mascotte è la nuova luxury identity. Se nel 2010 serviva un Birkin per dichiararsi parte dell’élite, nel 2025 può bastare un charm giusto. Ma attenzione: non deve essere solo caro. Deve raccontare una storia. Deve essere Instagrammabile, ma anche narrativo. Cute, ma con edge.

Ed è qui che Karl Lagerfeld e i Labubu si stringono simbolicamente la mano. Il primo aveva intuito che la caricatura, se fatta bene, può diventare culto. I secondi stanno dimostrando che la nostalgia visiva è la valuta estetica dominante.

Il fatto che anche Rihanna, Lisa delle BLACKPINK e perfino star come Jay Chou siano tra i fan dei Labubu non è casuale: sono icone ibride, a metà tra reale e avatar. Esattamente come i mostriciattoli che collezionano.

Daniele Conforti