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Il debutto sospeso di Dario Vitale e l’enigma della moda contemporanea

La notizia è arrivata come un urlo in una stanza insonorizzata: Versace non sfilerà. Il battesimo di Dario Vitale – stilista ex Miu Miu, noto per il suo ruolo dietro le quinte da Prada – sarà un “evento intimo”, una definizione talmente anodina da sembrare una copertura, più che una strategia. Il 26 settembre, mentre Milano sarà assediata da collezioni e sguardi, il marchio simbolo del barocco italiano sceglie il silenzio. Un silenzio che, in realtà, urla.

Perché un debutto silenzioso è spesso una resa. Se la moda vive di narrazione e di gesti pubblici, presentarsi al mondo senza una sfilata è come lanciare un nuovo film senza trailer, senza red carpet, senza alcuna anteprima. Non è solo una questione di comunicazione, è il cuore stesso del sistema che sembra incepparsi. L’abbandono della passerella da parte di Versace, storicamente uno dei brand più teatrali e rumorosi della moda mondiale, rappresenta un’implosione: più di una strategia, un sintomo.

C’è chi parla di una scelta meditata, chi di un cambio di paradigma, chi ancora di problemi tecnici legati alla recente acquisizione del marchio da parte del gruppo Prada, operazione ancora non del tutto finalizzata. Ma se si grattano le superfici lisce delle dichiarazioni ufficiali, quello che emerge è un quadro ben più torbido.

Andrea Batilla, voce raffinata e disincantata della moda italiana, ha scritto senza filtri che «se la prima visione di Vitale non è stata ritenuta all’altezza per essere mostrata al mondo, il problema non è lui, ma chi ha approvato quel progetto». Una frase che basta da sola a decostruire tutta la retorica aziendale sull’unità e la coerenza creativa.

Il cortocircuito tra creativo e manager

Negli ultimi anni, l’industria della moda ha assistito a una mutazione genetica. Il direttore creativo, un tempo demiurgo assoluto, oggi è una figura sospesa tra i numeri di bilancio e le nevrosi da social media. Il suo potere, pur amplificato dalla fama, è indebolito dalla governance: ogni scelta passa per una pletora di approvazioni, limature, mediazioni. In questo contesto, è quasi inevitabile il cortocircuito.

Da mesi si rincorrono voci di scontri tra i nuovi direttori creativi e i vertici aziendali. Il problema più ricorrente? I team. Portare con sé un proprio entourage è pratica comune ma, in un’industria già devastata da licenziamenti e tagli, chiedere che un’intera squadra venga sostituita con un’altra equivale ad accendere una miccia sotto un deposito di polvere da sparo. Non è più solo questione di gusti o visione, ma di geopolitica interna. La moda, oggi, è un campo di battaglia.

La guerra tra vecchie e nuove guardie si consuma dietro porte chiuse, ma filtra come gas attraverso le crepe di un sistema fragile. E se prima i dissapori si spegnevano nelle segrete stanze delle maison, oggi rimbalzano su newsletter, gruppi Telegram, articoli su Substack, nei post criptici di stylist e consulenti strategici. Il backstage non è mai stato così pubblico.

L’altro problema è geografico. Alcuni designer impongono la propria residenza come condizione. Paradossale, nel tempo delle videochiamate, ma ancora centrale. C’è chi vuole lavorare da Los Angeles per un brand europeo, chi rifiuta di trasferirsi, chi semplicemente non si presenta in ufficio. I dipendenti, ovviamente, non gradiscono. La distanza non è solo logistica: è simbolica. Indica una disconnessione dalla realtà aziendale, dal mood della sede, dall’identità stessa del brand.

Direttori creativi o capri espiatori?

È fin troppo facile prendersela con i direttori creativi. Li si accusa di essere egoriferiti, lunatici, disconnessi. Di voler imporre la propria estetica a ogni costo. Di non voler scendere a compromessi. Ma qual è l’ambiente nel quale operano? È possibile creare qualcosa in un contesto in cui ogni gesto è monitorato, ogni decisione deve essere approvata da dieci livelli di management, ogni scelta rischia di essere smontata da uno spreadsheet?

Negli anni ’90, Tom Ford creò la collezione che salvò Gucci perché gli fu data carta bianca. I manager erano disperati, e nella disperazione lasciarono spazio alla creatività. Quella che ne risultò fu una rivoluzione. Oggi, la disperazione genera controllo, e il controllo uccide l’idea. Giancarlo Giammetti, senza peli sulla lingua, ha detto che «oggi i direttori creativi fanno quello che vogliono le aziende». Non è solo una critica: è una diagnosi. Una frase che sintetizza il disequilibrio attuale tra genio e capitale.

Ma se è vero che le aziende vogliono solo felpe e loghi, è anche vero che molti designer vivono in una bolla autoreferenziale. La categoria dei creativi è oggi composta da personalità spesso rigide, impermeabili ai feedback, chiuse nella mitologia del proprio gusto. E se la moda è diventata tossica, è anche perché i suoi protagonisti – da entrambi i lati della barricata – non sanno più ascoltarsi.

Il risultato? Collezioni confuse, identità spezzate, debutti rinviati o ridimensionati. E, soprattutto, un pubblico sempre più disorientato. Perché, diciamolo, la vera crisi della moda non è economica. È semantica. Non si sa più cosa voglia dire “brand”, “direzione creativa”, “identità”, “show”. La sovrastruttura ha inghiottito il senso.

Dario Vitale da Versace: l’inizio di un crollo?

L’evento di settembre sarà la prima collezione di Versace senza Donatella, dopo 28 anni. Non è una parentesi: è un passaggio epocale. Il che rende ancora più eclatante la scelta di non celebrarlo con un grande show. La sfilata, in fondo, è il gesto simbolico per eccellenza. Rinunciarvi significa, in qualche modo, negare l’importanza di ciò che accade. Oppure, se vogliamo essere ottimisti, significa rifiutare il linguaggio del passato per scriverne uno nuovo.

Ma cosa potrà raccontare Vitale in un evento intimo, nel mezzo di una settimana in cui gli altri marchi faranno di tutto per primeggiare? Che tipo di messaggio vuole lanciare? E, soprattutto, quanti avranno davvero voglia di ascoltarlo?

Nel frattempo, il mercato ha già emesso il suo verdetto su Versace: un 2024 chiuso con un pareggio quasi fortuito, vendite stagnanti, interesse calante. Da star system del Made in Italy, a player incerto in un panorama sempre più affollato. È chiaro che Vitale dovrà fare molto più di una buona collezione per invertire la rotta.

Il parallelo più vicino potrebbe essere quello con l’arrivo di Demna da Gucci, anch’esso previsto per settembre, con modalità ancora avvolte nel mistero. Ma se Gucci gioca sul peso mediatico di Demna e sulla strategia del colpo di teatro, Versace sembra scegliere il basso profilo, il percorso lungo, la “slow revolution”.

 

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Daniele Conforti