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Cosa ci ricorderemo del Met Gala 2026

New York era in fermento da settimane, ma quest’anno il brusio non aveva il suono compatto dell’attesa mondana. La mostra “Costume Art”, inaugurata al Met Museum dopo una preparazione lunghissima, ha offerto al Met Gala 2026 un tema apparentemente perfetto: “Fashion is Art”. Formula ampia, elegante, quasi ovvia. E proprio per questo pericolosa. Perché quando la moda si autoproclama arte, non basta più indossare un abito scenografico: bisogna sostenerne il peso, culturale e politico.

Fuori dal museo, intanto, l’evento più glamour dell’anno veniva attraversato da una rabbia concreta. La presenza di Jeff Bezos e Lauren Sánchez tra i grandi nomi legati alla serata ha acceso proteste visibili, organizzate, volutamente scomode. I manifesti contro l’evento apparsi in città, le azioni simboliche all’interno e nei dintorni del museo, le accuse sulle condizioni di lavoro dei dipendenti Amazon: tutto ha reso il Met Gala 2026 meno patinato, più esposto, quasi nervoso. Il red carpet non era più solo una passerella, ma una superficie instabile. Ogni look sembrava dover rispondere non soltanto al tema, ma anche alla domanda più scomoda: chi ha il diritto di trasformare il privilegio in spettacolo?

La regalità come linguaggio al Met Gala 2026

Il ritorno di Beyoncé al Met Gala non è stato un semplice ritorno. È stato un ingresso dinastico. Non la si vedeva sulla scalinata del Metropolitan dal 2016, l’edizione di “Manus x Machina: Fashion in an Age of Technology”, e questa assenza lunga dieci anni ha trasformato ogni dettaglio in evento. Al Met Gala 2026, Beyoncé è arrivata con Blue Ivy Carter e Jay-Z, ma soprattutto è arrivata con un’aura che pochissime celebrity riescono ancora a produrre senza sembrare costruite a tavolino.

 

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Il suo abito, disegnato da Olivier Rousteing, lavorava sul corpo come reliquia futuribile: una struttura ispirata a uno scheletro argenteo, attraversata da una cappa di piume che scivolavano dal grigio al rosa cipria. Non era una mise “bella” nel senso rassicurante del termine. Era regale, fisica, quasi cerimoniale. A completare l’immagine, una corona di cristalli e diamanti simile a un’esplosione solare, orecchini e collier Chopard, con Ty Hunter a curare lo styling di Beyoncé e di Blue Ivy. Il risultato non era soltanto glamour: era genealogia visiva.

La frase detta da Beyoncé durante la diretta, «È surreale, perché mia figlia è qui», ha dato alla serata il suo punto emotivo più forte. Blue Ivy, quattordicenne, in Balenciaga bianco, con corpetto, gonna vaporosa, bomber e occhiali da sole, non è apparsa come un accessorio narrativo della madre. Era già personaggio, già presenza, già futuro. Jay-Z in Louis Vuitton by Pharrell Williams chiudeva il quadro con la compostezza di chi non deve dimostrare nulla. Beyoncé ha riportato al Met Gala una forma di celebrity che non implora attenzione: la assorbe.

Ed è qui che il suo look ha superato la dimensione dell’abito. Non c’era soltanto la pop star, non c’era soltanto la madre, non c’era soltanto la co-chair. C’era una costruzione di potere femminile, familiare e culturale così precisa da rendere quasi superfluo ogni commento. “Mother”, direbbe la Gen Z, ma nel suo caso la parola non basta. Beyoncé non ha recitato la regalità: l’ha amministrata.

Robert Wun, il designer che ha capito il tema meglio degli altri

Se il Met Gala 2026 ha avuto un vero vincitore creativo, quel nome è Robert Wun. Non perché abbia semplicemente vestito molte star, ma perché ha offerto alla serata ciò che il tema chiedeva davvero: abiti capaci di sembrare opere senza diventare cartoline museali. In una notte piena di riferimenti a quadri, sculture, archivi e allegorie più o meno leggibili, Wun ha evitato la scorciatoia della citazione letterale. Ha portato in scena la moda come apparizione, ferita, racconto.

Il suo linguaggio è riconoscibile proprio perché non cerca il consenso facile. Nato a Hong Kong, formato a Londra al London College of Fashion, Wun ha costruito il proprio immaginario tra fantascienza, natura, metamorfosi e alta sartoria made-to-order. Le sue collezioni non sembrano mai pensate per “vestire bene” nel senso tradizionale. Sembrano nate per creare una visione, spesso inquieta, spesso teatrale, sempre estremamente controllata. Dal 2014, anno in cui ha fondato il marchio, al Prix Spécial degli ANDAM Fashion Awards nel 2022, fino al debutto ufficiale nell’alta moda parigina nel 2023 con il sostegno di Bruno Pavlovsky, presidente delle attività moda di Chanel, la traiettoria è stata rapida ma non casuale.

Wun è stato il primo stilista di Hong Kong ad apparire nel calendario haute couture come membro ospite della Fédération de la Haute Couture et de la Mode. Un dettaglio che al Met Gala 2026 pesava moltissimo, perché la sua presenza non era più quella del talento emergente da scoprire, ma del designer ormai corteggiato da chi vuole distinguersi davvero. Le sue creazioni hanno il raro pregio di essere spettacolari senza sembrare disperate. Non gridano “guardatemi”, ma obbligano a guardare.

Il suo legame con il Met era già scritto prima di questa edizione. Nel 2023 aveva debuttato al Gala vestendo Eileen Gu con un abito da sposa macchiato di rosso, una visione romantica e disturbante che aveva già chiarito la sua ossessione per la narrazione visiva. Quest’anno, con il tema “Fashion is Art”, il suo nome era quasi inevitabile. Andrew Bolton ha scelto di esporre tre sue opere nella mostra “Costume Art”, e questa consacrazione museale ha dato al suo red carpet un peso ulteriore. Robert Wun non ha interpretato il tema: lo ha reso credibile.

In una serata in cui molte star hanno cercato riparo dietro riferimenti celebri, lui ha offerto un’alternativa più contemporanea: non vestirsi da opera d’arte, ma comportarsi come se l’abito fosse un’opera autonoma, con una propria tensione interna, un proprio racconto, una propria temperatura emotiva. È per questo che, dopo il Met Gala 2026, il suo nome sembra destinato a uscire definitivamente dalla nicchia degli addetti ai lavori. Robert Wun è il designer che ha ricordato a tutti una cosa semplice e rarissima: la couture, quando è viva, non decora. Inquieta.

Kim Kardashian, Madonna e il resto della macchina

Kim Kardashian ha scelto invece un’altra strada: il corpo-brand. Il look curato da Nadia Lee Cohen, più che interessante per l’abito in sé, ha colpito per il modo in cui Cohen è stata creditata, ovvero come direttrice creativa. Una definizione perfetta, quasi brutale. Kim non viene più semplicemente vestita: viene diretta, posizionata, narrata. Il suo corpo è una piattaforma visiva, e il Met Gala 2026 lo ha reso evidente senza bisogno di sottolineature.

Madonna, in Saint Laurent by Anthony Vaccarello, ha ricordato invece la differenza tra apparire e costruire una performance. Total black, cappello di Philip Treacy a forma di veliero fantasma, velo mosso da sette accompagnatrici: non un look, ma una sequenza. Il riferimento a Leonora Carrington e al suo immaginario surrealista ha funzionato perché Madonna non ha cercato di ringiovanire la propria leggenda. L’ha lasciata diventare più scura, più teatrale, più sua.

 

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Sarah Paulson, con il look “The ONE Percent” di Matières Fécales e una banconota sugli occhi, ha firmato una delle poche dichiarazioni politiche esplicite della serata. In mezzo a sponsor miliardari, proteste e abiti milionari, quel gesto aveva una precisione quasi crudele. Vittoria Ceretti, in Carolina Herrera by Wes Gordon, ha invece riportato il discorso sul corpo come scultura: chiffon nero, drappeggi, cut-out asimmetrico, sensualità trattenuta ma evidentissima. Non imitava una statua greca. Ne prendeva la calma, la postura, l’autorità.

 

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I debutti al Met Gala 2026

Il Met Gala 2026 non è stato soltanto il territorio delle icone già blindate dal sistema, ma anche il punto in cui alcune nuove presenze hanno iniziato a misurare la propria tenuta fashion davanti all’industria. Connor Storrie, diventato negli ultimi mesi uno dei volti più osservati grazie a Heated Rivalry, arrivava con addosso quell’energia da promessa ancora non completamente codificata, la più interessante per il red carpet: abbastanza riconoscibile da generare attesa, abbastanza nuovo da poter ancora sorprendere. La sua vicinanza all’universo Tiffany & Co., già dichiarata sui social con quel «I’m a Tiffany & Co. boy», ha aperto subito una direzione estetica precisa, fatta di tailoring pulito, gioielli luminosi e costruzione da giovane attore pronto al salto di scala. Accanto a lui, almeno nell’immaginario alimentato dalla serie e dal suo seguito, Hudson Williams portava lo stesso potenziale: quello dei volti che la moda intercetta nel momento esatto in cui stanno diventando desiderabili, prima che l’immagine si irrigidisca in formula.

 

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Ancora più forte, però, il debutto di Yseult, che al Met arrivava con un curriculum già densissimo: artista francese più ascoltata su Spotify nel 2024, performance alla chiusura delle Olimpiadi di Parigi, presenza potente tra musica, moda e cultura visiva. Il suo ingresso non aveva il sapore della celebrity invitata per riempire una quota musicale, ma quello di una figura già perfettamente allineata con l’idea più contemporanea di immagine: voce, corpo, styling, identità. Dopo essere stata la prima modella curvy a sfilare per Balenciaga SS24 e dopo le apparizioni da Alexander McQueen by Sarah Burton e Schiaparelli, Yseult si è presentata al Met Gala 2026 con un’attesa specifica: non semplicemente indossare un abito importante, ma dimostrare che una presenza fuori dagli standard può occupare il red carpet senza chiedere permesso, senza addolcirsi, senza diventare didascalica. In una serata piena di look pensati per essere riconoscibili, i debutti più interessanti sono stati quelli capaci di suggerire una traiettoria. Non una comparsa. Un prossimo capitolo.

Daniele Conforti