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L’Intrecciato di Bottega Veneta compie 50 anni

Non è un pattern, non è una texture. L’Intrecciato è un linguaggio. È la voce senza suono con cui Bottega Veneta ha costruito la propria identità controcorrente, ben prima che “silenzioso” diventasse sinonimo di “sofisticato”. Nel 2025, quella voce compie cinquant’anni. E lo fa senza alzare il tono, ma amplificando il significato. La nuova campagna “Craft is our Language” è il tributo più intelligente e visivamente potente che la maison potesse concepire: un dialogo di gesti, mani, sguardi, corpi, interpretazioni. L’artigianato diventa corpo semantico, la pelle intrecciata si fa metafora. Non solo di lusso, ma di connessione.

La storia è nota, ma non ripetuta mai abbastanza. L’Intrecciato nasce nel 1975 nel cuore del Veneto. Non per desiderio estetico, ma per necessità tecnica. Le prime macchine da cucire non erano progettate per lavorare la pelle rigida, così gli artigiani della neonata Bottega Veneta iniziarono a utilizzare pellami più sottili, tagliandoli in fettucce e intrecciandoli per dare struttura. L’obiettivo era la funzionalità. Il risultato fu iconico. E la scelta di non apporre un logo esterno — quella leggendaria dichiarazione anni ’80 “When your own initials are enough” — trasformò quella griglia di pelle nella vera firma visiva del marchio.

 

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Mezzo secolo dopo, quell’intreccio è ancora lì, più vivo che mai. È passato per le mani di Tomas Maier, che lo ha fatto esplodere in architetture complesse come la Cabat. È stato destrutturato e poi ricomposto da Daniel Lee, che lo ha trasformato in macro-pixel tridimensionali durante la sua fase di neo-minimalismo espressivo. È ora nella mani attente di Louise Trotter, prima donna alla direzione creativa della maison, che a settembre presenterà la sua prima collezione. Un dettaglio che non è solo simbolico: l’Intrecciato non è un’eredità da rispettare, ma una grammatica da riscrivere.

Intrecciato: l’anniversario che non guarda indietro, ma dentro

“Craft is our Language” non è un’operazione nostalgia. È un esercizio di traduzione visiva. Di sintesi. Di rispetto. Fotografata da Jack Davison e coreografata da Lenio Kaklea, la campagna raccoglie una costellazione di volti noti e meno noti — Julianne Moore, Tyler, The Creator, Zadie Smith, Dario Argento, Barbara Chase-Riboud, Lauren Hutton — e li pone in relazione con gli artigiani del brand. Non per celebrare la celebrità, ma per annullarne l’autoreferenzialità. Il gesto prende il sopravvento sul volto, la mano diventa più riconoscibile del nome.

C’è una parentela silenziosa ma inequivocabile con Bruno Munari, e con quel geniale “Supplemento al dizionario italiano” pubblicato nel 1963, in cui i gesti venivano sistematizzati come codici linguistici. Non parole, ma significati. “Unire le dita a carciofo” per domandare, “fare le corna” per scacciare, “stringere il pollice tra indice e medio” per invocare. Munari fotografava mani. Bottega Veneta intreccia gesti. E lo fa allargando il vocabolario: ogni interprete della campagna propone un gesto che diventa manifesto. Non si tratta di performance, ma di messa in scena dell’intimità.

Dall’American Gigolo al K-pop: una traccia senza tempo

Nell’immaginario collettivo, l’Intrecciato è scolpito in una scena cinematografica del 1980: Lauren Hutton in American Gigolo, trench beige, clutch bordeaux sotto il braccio, e una Los Angeles cromata e sensuale a fare da sfondo. In quel momento, Bottega Veneta entra nella cultura pop. Ma è solo l’inizio. Da lì in poi, la lavorazione veneta diventa lessico del cinema, della musica, dell’arte, del design. Neneh Cherry, Zadie Smith, Edward Buchanan, fino ad arrivare a I.N, voce della K-pop band Stray Kids, che porta un gesto di ribellione nella grammatica della pelle.

L’invito è chiaro: non c’è un solo modo di essere Bottega. E non c’è un solo modo di celebrare il gesto. L’unicità non è una prerogativa: è un processo collettivo. Ecco perché nella campagna i soggetti vengono spesso ritratti in coppia, in un continuo gioco di specchi tra chi fa e chi sente, tra chi produce e chi interpreta. Si passa dal gesto alla sua risonanza, dall’Intrecciato al significato.

Intrecciato, Intreccio, Intrecciarsi: il presente è già futuro

L’anniversario del 2025 è anche l’occasione per ricollocare l’Intrecciato nel contesto più ampio dell’evoluzione tecnica della maison. La distinzione tra Intrecciato e Intreccio, spesso trascurata, è fondamentale. Il primo è ottenuto cucendo le fettucce di pelle intrecciata su una base, con ago e pazienza. Il secondo, introdotto con la borsa Cabat nel 2002, è realizzato completamente a mano, direttamente su telaio in legno. Qui non c’è supporto, solo trama e ordito, come in un tessuto primitivo. L’essenza dell’artigianato puro.

Sotto la direzione di Tomas Maier, l’Intreccio è diventato un campo di sperimentazione. Fettucce imbottite, pelli nappate ultra-morbide, texture progettate per trattenere le pieghe, come fossero la memoria del gesto. Oggi, con Barbara Zanin alla direzione Heritage & Craft, il sapere artigianale viene trasmesso attraverso l’Accademia Labor et Ingenium, una scuola interna che forma 50 studenti ogni anno, garantendo loro un impiego al termine del percorso. È un gesto strutturale, non solo comunicativo. In un mondo che automatizza, Bottega Veneta investe nella lentezza.

Nel panorama iper-segnato del lusso contemporaneo, dove ogni maison cerca di scolpire il proprio logo nel reticolo neurale del pubblico, Bottega Veneta continua a non urlare il proprio nome. Non ne ha bisogno. L’Intrecciato è il logo invisibile, è il dettaglio che dice tutto a chi sa leggere. Nel 2024, secondo il report di The Business of Fashion, l’85% dei consumatori high-end dichiara di riconoscere Bottega Veneta senza bisogno di identificatori testuali. È la più alta percentuale di brand recognition non logata del settore.

Un’anomalia, certo. Ma anche una strategia. Perché il vero lusso oggi non è più l’ostentazione, è l’appartenenza discreta. Chi sceglie una borsa Bottega lo fa per sé, non per gli altri. E lo fa perché riconosce nel prodotto non solo la qualità, ma un sistema valoriale. La campagna “Craft is our Language” rende questo sistema visibile, tattile, perfino emotivo. Non si tratta di nostalgia per un artigianato perduto, ma di affermazione di una centralità del gesto nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Louise Trotter: il capitolo che (ri)comincia da qui

Settembre segnerà un’altra data fondamentale per Bottega Veneta: il debutto di Louise Trotter, ex-Lacoste, prima donna alla guida creativa della maison. In un’intervista rilasciata a WSJ Magazine, Trotter ha parlato della necessità di “ritrovare il corpo nel processo creativo”, riferendosi non solo alla fisicità dell’oggetto, ma alla fisicità del fare. Una dichiarazione che si sovrappone perfettamente alla grammatica Intrecciato, e che suggerisce che il futuro del brand sarà ancora più radicato nel suo cuore artigianale.

Trotter eredita una struttura coerente, un archivio potente e una community affezionata. Ma anche una missione: non fossilizzare il gesto, ma renderlo contemporaneo. Non c’è bisogno di rivoluzioni, solo di modulazioni. Se Davison ha fotografato l’emozione della mano che parla, Trotter dovrà vestirla. Il materiale c’è. Il tempo è adesso.

Daniele Conforti