Golden Goose in mani cinesi, ma solo parzialmente: cosa significa?
Golden Goose non è stata venduta: è stata messa in sicurezza. Questa è la prima distinzione da fare, necessaria, quasi obbligatoria, in un momento storico in cui ogni acquisizione viene raccontata come una resa o come un tradimento delle origini. L’accordo firmato nelle ultime settimane del 2025 racconta invece un’altra storia, molto più interessante: quella di un brand italiano che ha scelto di non bruciarsi sull’altare della quotazione in borsa e di affidarsi a capitali freschi per accelerare un percorso già avviato.
Il fondo cinese HSG – ex Sequoia China, uno dei player più influenti del private equity asiatico – diventerà azionista di maggioranza di Golden Goose, affiancato da Temasek e True Light Capital. Permira, attuale proprietario, insieme ad altri soci come Carlyle, resterà con una quota minoritaria. Tradotto: nessun cambio di governance traumatico, nessuna discontinuità forzata, ma una redistribuzione delle leve finanziarie.
Golden Goose e il controllo: perché “mani cinesi” non significa perdita di identità
Silvio Campara resta CEO. Marco Bizzarri diventa presidente non esecutivo. Questo, più di qualsiasi comunicato stampa, è il segnale politico dell’operazione. Il management rimane italiano, il controllo creativo e strategico resta interno, mentre il capitale esterno serve a spingere sull’acceleratore. Non a caso Campara ha parlato di “coronamento di un sogno”: non quello della vendita, ma quello dell’espansione senza freni.
Golden Goose era già pronta a crescere. L’IPO saltata a giugno non è stata un fallimento, ma una scelta tattica. In un mercato europeo instabile, con investitori cauti e multipli sotto pressione, la borsa avrebbe esposto il brand a una volatilità inutile. L’ingresso di HSG offre invece una strada più solida, meno esposta, più coerente con la natura del marchio.
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Qui sta il punto chiave: Golden Goose non è un brand da trimestrali, è un brand da community. E il private equity, se ben scelto, lo sa gestire meglio di una piazza finanziaria nervosa.
Perché Golden Goose vale 2,5 miliardi di euro (e forse anche di più)
La cifra circolata – circa 2,5 miliardi di euro – ha fatto alzare più di un sopracciglio. Soprattutto se confrontata con altre operazioni recenti nel lusso, apparentemente più “nobili” per heritage e storia. Ma Golden Goose non si valuta come un marchio tradizionale. Si valuta come una piattaforma.
I numeri parlano chiaro. Nei primi nove mesi del 2025 i ricavi hanno raggiunto 517,1 milioni di euro, con una crescita del 13% su base annua. Il canale diretto al consumatore è cresciuto del 21%, mentre la rete retail è arrivata a 227 negozi diretti, contro i 97 del 2019. Dal 2020 al 2024, il fatturato è passato da 266 a 655 milioni di euro. Una curva di crescita che molti brand storici possono solo guardare da lontano.
Ma il vero valore non sta solo nel fatturato. Sta nel modello. Le sneaker personalizzabili, l’introduzione dell’AI nei processi di customizzazione, i laboratori di riparazione integrati nei negozi, l’idea di trasformare il cliente in co-autore del prodotto. Golden Goose non vende solo scarpe, vende appartenenza.
In un settore del lusso in crisi di desiderabilità, il brand veneto ha continuato a crescere senza sconti aggressivi, senza outlet invasivi, senza snaturarsi. Questo spiega perché la valutazione, pari a circa dieci volte l’EBITDA, non sia affatto fuori scala.
Golden Goose e la Cina: un rapporto già scritto
C’è un altro dettaglio che rende l’operazione meno sorprendente di quanto sembri. Golden Goose in Cina funziona. In un momento in cui molti brand occidentali arrancano nel mercato asiatico, il marchio ha registrato performance positive, grazie a un posizionamento che intercetta perfettamente il gusto di una generazione giovane, globale, ossessionata dall’autenticità percepita.
HSG non arriva per “cinesizzare” Golden Goose. Arriva perché ne riconosce la scalabilità internazionale, soprattutto in Asia-Pacifico. Il track record del fondo, che ha investito in brand lifestyle, tecnologia e consumer culture, racconta una visione chiara: far crescere senza omologare.
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Golden Goose dopo l’acquisizione: cosa cambia davvero
Daniele Conforti
